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Il disastro Asti Nord

Storia di un fallimento che ha lasciato il segno.

Questa ricerca mette a confronto fonti documentaristiche e orali, queste ultime raccolte, dal 1994, tra i diretti interessati al fallimento. In genere le testimonianze dirette sono riportate in corsivo. A distanza di 50 anni dai fatti, nel cercare di ricostruire per la seconda volta fatti e avvenimenti inerenti al fallimento “Asti Nord”, ho trovato aiuto e collaborazione in molti, ma non da tutti. La complessa e triste vicenda fa ancora paura?  

PROLOGO

il capannone abbandonato in una cartolina d'epoca

Ai giovani astigiani la parola “Asti Nord” dice ben poco, ma se il termine è rivolto ad anziani viticoltori, la risposta è immediata e univoca: fallimento della cooperazione vitivinicola, detta ancora oggi con un certo rancore.

Siamo nei primi anni sessanta del secolo scorso, l'Italia non solo ha completato la ricostruzione post bellica, ma ha scoperto il boom economico e le prime code per ferragosto. Dall'America sono arrivati il twist e le canzoni dei Platters, si gettonano "Tintarella di luna" e "Ventiquattromila baci", urlati da Mina e Celentano, si leggono "Lettera a una professoressa” di Don Milani e "Il giovane Holden" di Salinger.

Nel settore vitivinicolo astigiano sta nascendo un grande movimento cooperativo in grado di contrastare il dominio delle cantine private, dei commercianti, dei mediatori. Tra parroci molto zelanti, l’onnipresente apparato della Democrazia Cristiana in cerca di nuovo potere, finanziamenti creditizi troppo facili, si muovono tanti personaggi: un chimico capace e intraprendente, un geometra superattivo, presidenti di cantine sociali che forse delegano troppo, un politico ambizioso.

Tutto dovrebbe funzionare? No! In pochi anni arriva il conto: arresti, processi, contabilità fasulle, fallimenti e soprattutto danni ai contadini. Per una, due vendemmie le uve non vengono pagate. Un esempio di che cosa non si doveva fare, una grande occasione perduta per valorizzare l'Astigiano, il suo territorio e il Barbera.

LA BEFFA FINALE

Costigliole d'Asti 1995

C'è una raccomandata, deve firmare.

Carlo è sorpreso, il postino porge biro e blocchetto, la lettera è intestata: Cassa Risparmio di Asti filiale di San Damiano d'Asti.

Oggetto: Reparto finale liquidazione cantina sociale Santa Margherita di Costigliole d'Asti con sede in Costigliole d'Asti frazione Santa Margherita. Egr. sig. Carlo Rossi fu Vincenzo, "Il vostro credito, iscritto al passivo liquidazioni in oggetto, ha trovato parziale soddisfazione, allego assegno circolare n.662235596 di lire cinquantatremilaquattrocentoquindici" .

Carlo guarda la data: 12-luglio 1995 .

Non andrà a ritirare l'assegno, lo conserverà come ricordo di tanta rabbia e amarezza.

Tiene la lettera in mano, non riesce a posarla, 53.415 lire dopo tanti anni, il valore delle uve di due vendemmie, 1964 e 1965.

Non vuole ricordare, aveva vissuto sulla pelle il fallimento della sua cantina sociale, all'inizio era tra i soci più convinti, aveva creduto nel movimento cooperativo sin dalla giovane età.

Assieme ad altri contadini aveva fondato la cantina sociale di Santa Margherita di Costigliole d'Asti, firmandone l'atto costitutivo.

Sopra c'era scritto: "I soci s’impegnano con responsabilità illimitata verso la cantina".

Pochi avevano compreso il preciso significato di quella clausola. C'erano tanta fiducia e volontà di riuscire a creare qualcosa di valido per se stessi e le proprie famiglie.

Ma con il passare degli anni avevano perso tutto, la loro cantina cociale era entrata in un meccanismo perverso, fatto di regole sconosciute al mondo contadino. Puntuale arrivò il fallimento; dopo tanti anni l'ultima beffa, crudele: il rimborso di 53.415 lire

GLI INIZI DELLA NOSTRA STORIA. METÀ ANNI ’50 SECOLO SCORSO

Tre soggetti danno il via alla rinascita di una parte consistente della cooperazione vitivinicola nel Sud Piemonte a metà anni ’50 del secolo scorso: il clero, la Coltivatori Diretti e la Democrazia Cristiana.

Nel mondo rurale sono ancora presenti i dissesti e fallimenti di molte cantine private e cooperative negli anni ’20. Ci sono antichi timori, dubbi, perplessità. I tre soggetti sopraindicati, ben radicati nelle campagne, si apprestano a giocare le loro migliori carte.    

Asti 1957

Nelle due stanze della sezione della Democrazia Cristiana di Asti alcuni funzionari sono riuniti da un'ora, quasi tutti fumano, il locale è piccolo e l'aria è pesante.

Sulle pareti, ritratti di Don Sturzo e De Gasperi, intorno tante sedie, sul tavolo riviste, volantini.

Il segretario continua la discussione: "Occorre incrementare la presenza nel mondo rurale, per ottenere più consensi, da qualche tempo le cantine sociali stanno diventando un punto di riferimento per il nostro partito. I contadini trovano risposta ad antichi problemi, propri della viticoltura piemontese, ma il controllo dei soci di una cantina sociale è una potenzialità enorme per tutti, sono migliaia di voti ad ogni elezione".

"Abbiamo necessità di una presenza capillare riguardo alla cooperazione agricola, oltretutto siamo facilitati, i parroci danno una mano, sono con noi, quante riunioni nelle parrocchie, alle Acli. Qualunque iniziativa che contrasti la presenza delle cooperative rosse nelle campagne va bene e troverà nel mondo cattolico tanti consensi.

Le possibilità nell'Astigiano sono enormi, le banche danno i necessari finanziamenti, conosco un geometra specializzato nei progetti di costruzione, in pratica consegna la cantina completa di vasche e accessori, in molti paesi ormai i viticoltori chiedono la loro cantina sociale”.

Govone 1957

Il salone parrocchiale di Govone è affollato, saranno almeno sessanta contadini. Il parroco aveva insistito durante le messe e i vespri: “Venite numerosi, parlatene in famiglia, con i vicini, è importante".

Inizia a parlare mons. Cauda, sono tutti in silenzio, "Dobbiamo organizzarci, unire le forze". Interviene un professore universitario esperto del settore enologico, è originario di Govone, conosce molta gente: "Il momento è favorevole, non basta coltivare la vigna, bisogna che la parte agricola controlli la produzione del vino; trasformate l'uva voi stessi, è il principio della cantina sociale”.  C'è indecisione, nessuno parla.
Che fare? Arrivano le prime domande di qualche anziano: "Dite di voler costruire la cantina sociale per vinificare le uve di Govone, dove si trova il terreno?”.

"Lo metto io", fa subito il parroco.

"E i soldi per iniziare?”. Il professore tranquillizza tutti.

"Questo non è un problema. Ci sono appositi finanziamenti agevolati, importante è credere nella cooperazione, esserne convinti, i vantaggi arriveranno".

Il professore insiste: "Perché in tutte le vendemmie dovete essere soggiogati da commercianti e privati per vendere le uve"? Interviene un anziano: "Il professore ha ragione. Quante volte siamo andati in Alba, in piazza Savona, al mercato e quante volte siamo tornati a casa maledicendo tutti, quante bestemmie. Non è giusto".

Accettano in trecento, saranno i soci della nuova cantina sociale di Govone. E' il 1957.

1957-1958: I PRIMI ANNI. I RUOLI DI BIANCO E ROLLA

A partire dalla metà anni ‘50 vennero edificate alcune cantine sociali ad opera di un geometra di Calosso, Adge Bianco, definito “progettista tecnologico” per aver realizzato più di quaranta modernissime cantine in tutta Italia.

Il geometra, abile organizzatore, riuscì, non senza l’appoggio di numerosi parroci, a promuovere e dar vita a diverse tra le cantine che formarono poi  il consorzio “Asti Nord” del quale divenne il primo presidente.

Un altro personaggio che lo affiancò quasi subito fu il dottor Giovanni Rolla, chimico enologo, che rimase poi sempre nell’organizzazione con funzioni dirigenti determinanti e che spesso travalicarono le sue specifiche competenze.

Rolla continua a riflettere.

Da qualche tempo ha in mente un'idea precisa, alla guida della Fiat 1100, sta entrando in Asti, ha un appuntamento con il professor Ettore Garino - Canina, direttore della Stazione Sperimentale di Enologia di Asti.

Ci sono tante cantine sociali nell’Astigiano, ognuna lavora per conto proprio. Tutte hanno il medesimo punto debole: il commercio del vino sfuso.

Si va sempre a finire nella rete dei soliti mediatori e commercianti: si vende a Bertolino di Nizza, a Ferrari di Dosimo, a chi controlla il mercato dei due litri; questi ultimi pagano il meno possibile e comunque fanno loro il gioco.

E’ assurdo non gestire la parte finale di un processo produttivo, non goderne i risultati da parte di chi ha tanto lavorato e faticato nei campi e nelle cantine.

Occorre passare alla cooperazione di secondo grado, occorre imbottigliare e creare una propria rete commerciale.

In Svizzera, in Emilia Romagna ne esistono alcune, perché non provare ad Asti?

Rolla ne ha parlato con il professor Giovanni Dalmasso alla facoltà di Agraria di Torino. Era favorevole all'iniziativa.

Aveva chiesto pareri a molta gente, anche al vescovo di Asti.

Ci vorrebbero almeno nove cantine sociali associate, che fornirebbero parte del vino a un grande centro d’imbottigliamento.

1958 NASCE IL CONSORZIO “ASTI NORD”

Nel gennaio 1958, nello studio del notaio Serra, in piazza Medici in Asti, nasce dopo tante discussioni, progetti, entusiasmi, la “Consociazione Cantine Sociali Asti Nord” sotto forma di consorzio a responsabilità limitata: vi aderirono in un primo tempo le cantine sociali di Piovà Massaia, Celle Enomondo, Ferrere, Settime e Santa Margherita di Costigliole, tutte le società a responsabilità illimitata, rappresentate dai propri presidenti. In seguito diedero la propria adesione al consorzio altre cinque cantine tra cui quella di Chieri, Cisterna, Valle Tanaro, Govone e, infine, nel 1964, quella di Vinchio - Vaglio Serra.

Il geometra Bianco viene nominato per acclamazione Presidente, mentre Rolla sarà il direttore tecnico e commerciale.

Obiettivo prioritario del consorzio: "Unire le forze per vendere meglio il vino, di conseguenza pagare meglio le uve conferite".  Un dato interessante: due parroci (di Piovà Massaia e Ceretto) entrano nel CdA del nuovo consorzio.

Rolla ha grandi progetti. Il moderno centro d’imbottigliamento unificato a Piovà Massaia, pensa anche alle scelte tecniche da effettuare: migliorare il Barbera, affrontando il problema della sua acidità costituzionale, non sempre gradita al consumatore di altre regioni. Ha già alcune esperienze in proposito, mediante utilizzo di trucioli di pioppo, per l'affinamento dei vini rossi.      

Andrà creata una nuova rete commerciale con depositi e rivenditori, dando priorità alle grandi aree metropolitane.

Al di la di tanti progetti e intenti una sola domanda corre sulle bocche di tanti viticoltori. A che prezzo saranno pagate le uve conferite?

1962: I PRIMI DUBBI

Asti 1962

A Gallaretto, frazione di Piovà Massaia, la linea d’imbottigliamento funziona a pieno ritmo, tira 2000 bottiglioni/ora, le macchine sono moderne, s’imbottiglia a caldo per ottenere vini stabili. Sono in funzione i depositi di Torino, Milano, Roma, Genova, appositamente costruiti con i finanziamenti delle banche.

Purtroppo sui due litri c'è forte concorrenza e i prezzi vanno tenuti bassi, Rolla spera di poter valorizzare la Barbera anche con la classica bottiglia da settantadue centilitri.

I prezzi delle uve che le singole cantine liquidano ai soci sono alti, superiori anche di 100 lire al miriagrammo al libero mercato, questo genera contentezza e fiducia nel mondo agricolo. In verità qualcuno ha chiesto come ciò sia possibile, considerando che si è appena all’inizio, con tanti debiti da saldare con le banche. Si risponde che il credito è agevolato, con bassi interessi, che il centro d’imbottigliamento di Gallareto va bene; questa frase è ripetuta in tutte le riunioni in cui si approvano i bilanci. Da alcuni mesi lavora presso il consorzio Asti Nord il dottor Araspi, è un esperto in economia, imposto dalle stesse banche con funzioni di coordinamento e di controllo. Pare sia stato imposto dalla Democrazia Cristiana di Asti.

Rolla è a conoscenza che i dati dei vari bilanci sono truccati, sopravvalutano le voci attive, in particolare la valorizzazione del vino sfuso e nascondono alcune passività; è una scelta politica precisa per dimostrare che la cooperazione funziona, ma soprattutto per pagare bene le uve ai contadini e quindi crescere negli associati, magari aprire altre cantine sociali in provincia di Asti. Una strategia da consenso globale a tutti i costi. La regia? La Democrazia Cristiana? La curia? Le banche d’ispirazione cattolica?

1963-1964: NEL CAOS

La continua, incontrollata, crescita del consorzio “Asti Nord” crea necessità di risorse.

C'è bisogno di un altro fido, la Cassa di Risparmio di Asti lo concede, sono 100 milioni.  

Ma i problemi non sono finiti, continua a girare la voce dei bilanci irregolari, dal 1962, qualcuno comincia a chiedere verifiche. La cantina sociale di Ferrere respinge il bilancio del Consorzio “Asti Nord” al 31-8-1964. Troppi hanno sospetti, magari dopo aver visitato il centro d’imbottigliamento di Gallaretto: funzionale, ottimi gli impianti, eccessivo pare il numero delle impiegate nei capienti uffici.

Inoltre gira voce che Rolla abbia per contratto, dalle singole cantine sociali, una lira al litro sul vino venduto, perché consulente tecnico delle medesime.

Si continua a lavorare, cercando di crescere in tutti i sensi, senza preoccuparsi di una corretta e trasparente gestione dei costi e dei ricavi, facendo sempre debiti con le banche che non pensano proprio a interrompere i fidi. Alcuni si chiedono quale sia il ruolo preciso di Araspi. Ha troppe cariche: è consigliere della Cassa di Risparmio di Asti, presidente della Provincia di Asti, insiste di continuo in progetti di ampliamento e sviluppo.

Aumentano ogni giorno i sospetti e le voci d’irregolarità, qualcuno dà per imminente un’ispezione degli istituti di credito, voluta dal Ministero del Tesoro.

1964: VERSO IL FALLIMENTO

La situazione precipita: da un fido di cento milioni si è passati a un debito di cinquecento, soltanto Araspi ne era al corrente, i presidenti delle singole cantine sociali cadono dalle nuvole. E' il caos.

Nel dicembre 1964 “Asti Sabato”, settimanale della D.C., esce con uno speciale in prima pagina, scrive di bilanci irregolari nel 1962 e nel 1963, altri giornali locali rilanciano subito la notizia. Pare che sia stata la direzione del partito a passare la notizia al giornale.  

Alcune banche ritirano subito i fidi. Rolla non capisce più nulla, prima erano sino troppo veloci a concederli, ora li ritirano subito.

Un tentativo presso il Ministro dell'Agricoltura Ferrari - Aggradi per ottenere un finanziamento speciale a fondo perduto non ha seguito.

Ma i problemi si spostano in sede politica: c’è un’accesa riunione nella sede Democrazia Cristiana di Asti, viene tolta la fiducia ad Araspi, l'uomo indicato dallo stesso partito per seguire la cooperazione.

La mozione passa per un solo voto, nella sede la tensione è enorme.

E'in corso una durissima lotta interna al partito, l'esponente della corrente andreottiana l'ha spuntata, sarà lui il candidato alle prossime elezioni politiche. Araspi non conta più nulla.                

IL COMMISSARIAMENTO - IL PROCESSO

Asti 1965

Il consorzio “Asti Nord “è stato commissariato. Il funzionario governativo Occhionero constata un deficit di ben 1.317. 764. 512 lire. Un volantino diffuso nelle campagne è terribilmente retorico: "Soci dell'Asti Nord le cantine restano aperte per l'immediato ritiro delle uve...", il finale sembra il proclama del maresciallo Badoglio: "Dal disordine si profila un ordine ... Fate fino in fondo il vostro dovere".  

Nessuno aderisce. Pochi mesi, il Consorzio “Asti Nord” cessa di esistere, lo seguiranno alcune cantine associate.

LE CAUSE DEL DISSESTO

L'Asti Nord era diventata una vera e propria azienda a fini commerciali, in violazione del proprio statuto.

Nelle vasche furono trovate tracce di vini meridionali, di enocianina e anche residui della lavorazione delle ciliegie presso una  nota industria conserviera astigiana.

Un episodio emblematico: ventotto recipienti di vini, che pur essendo vuoti furono spacciati per pieni in occasione di una verifica di giacenza ad opera del Collegio dei Sindaci, per aumentare il valore effettivo delle giacenze.

Invero, a distanza di molti anni, emerge il fatto che il sistema su cui si basava il consorzio “Asti Nord” faceva comodo a tutti: ai partiti e ai sindacati agricoli che crescevano in consensi e iscritti, ai tecnici, ai dipendenti e al vasto indotto che continuava a fornire beni e servizi a prezzi non certo concorrenziali. Aggiungo che i viticoltori soci ricevevano, negli anni d’oro, un prezzo per le uve conferite superiore al libero mercato. L’Asti Nord era diventata una voragine di debiti. Oltretutto, salvo rare eccezioni, nessuno controllava nessuno (1), in quanto il meccanismo perverso instaurato faceva comodo a tutti. Tutto perfetto! Certo! Peccato che pagasse Pantalone. Non poteva finire diversamente.      

EPILOGO

Nel 1969 il giudice Bozzola di Asti spicca mandato di arresto per ventiquattro presunti responsabili del dissesto Asti Nord; dopo un periodo di detenzione di circa trenta giorni ottengono la libertà provvisoria. Il processo li vede prima condannati e poi, in appello, assolti da varie imputazioni tra cui bancarotta fraudolenta e falso in bilancio.

Araspi morirà poco dopo, bruciato politicamente dalla stessa Democrazia Cristiana; anche il geometra Bianco, il costruttore di tante cantine sociali, tutte progettate senza regolari gare d'appalto, tutte progettate uguali nella loro discutibile estetica, morirà qualche anno dopo. Rolla approfondirà la conoscenza di autori latini durante il periodo di detenzione a Canelli, in seguito lavorerà ancora nel settore enologico alle dipendenze di una multinazionale svizzera. Da pensionato visse a Montechiaro d’Asti. E’ mancato anni fa.

I parroci continuarono la loro attività pastorale, le banche la loro attività di credito, sette delle dieci cantine sociali che formarono il Consorzio “Asti Nord” hanno cessato l'attività, i locali e gli impianti sono stati ceduti, affittati ai soliti commercianti e vinificatori. Il centro d’imbottigliamento di Gallaretto, il simbolo del Consorzio “Asti Nord”, ha chiuso definitivamente.  Il suo piazzale che vide enormi file di trattori con preziosi carichi d'uva, tante cisterne colme di "generose e purpuree Barbera " oggi è invaso da erbacce e immondizie.

Sull'intera vicenda che danneggiò seimila famiglie calò il silenzio.       

Note

1 Dai documenti dell’Archivio Storico di Stato di Asti risulta che il CdA della cantina sociale di Celle Enomondo in data 26 - 1 - 1964 approvò il bilancio “Asti Nord” 1962-1963 nonostante la forte esposizione bancaria e gli ingenti interessi passivi (Cfr AS-AT- fascicolo 106 - mazzo 1071). Solamente la cantina sociale di Ferrere propose il 24-1-1965 di impugnare il bilancio 1963-64 dando in pratica il via al commissariamento governativo (Cfr AS AT -fascicolo 107 - mazzo 1117).     

Fonti della ricerca:

Orali: dott. Giovanni Rolla, rag. Canavero. Viticoltori soci delle cantine sociali di Govone e Costigliole d’Asti e alcuni enologi che hanno lavorato nell’Astigiano negli anni ’60.

Documentarie: Archivio Storico di Stato di Asti, Archivi “Nuova Provincia”, “Barolo & Co”, “La Stampa - redaz. di Asti”.   

Consultato la tesi di laurea: Valentina Frescura. La cooperazione enologica - Il caso delle Cantine sociali "Asti-Nord": un tentativo fallito di organizzare il rapporto tra viticoltura e commercializzazione. Depositato in Archivio di Stato di Asti.



 

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