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Millevigne, N°4 2018

Editoriale
(il sommario del numero 4/2018 è al fondo dell'articolo)

“Equo e solidale”, solo caffè e banane?

La doppia asta al ribasso della passata di pomodoro, di cui molti media hanno parlato la scorsa estate, è un esempio classico di come i produttori vengano schiacciati da una grande distribuzione che fa volentieri strame di ogni etica commerciale. Ma non è che per altri prodotti agroalimentari, vino compreso, le cose vadano molto diversamente. Si può pensare di pagare un olio extravergine italiano meno di 4 euro al litro, o una bottiglia di vino intorno a un euro o poco più?

Alcuni consumatori pensano di sì, altri sanno che non è possibile, o se è possibile non è etico, ma non per questo sono disposti a spendere di più. La povertà è una buona ragione per alcuni, ma non per chi ha appena comprato l’ultimo modello di I-phone. C’è però da dire che nessuno può garantire che, spendendo di più, la ripartizione del valore a monte diventi più equa: un prezzo più alto può anche rappresentare solo un margine maggiore per il venditore, mentre il produttore continua ad essere torchiato come vinaccia esausta.
C’è un problema di debolezza strutturale del settore, soprattutto su certi prodotti: le organizzazioni dei produttori e le interprofessionali che dovrebbero organizzare l’offerta non decollano, o stentano a raggiungere una massa critica, soprattutto al sud, per motivi che richiederebbero una trattazione ampia e commentatori più competenti.
Ma i consumatori, a loro volta, potrebbero avere un ruolo importante. Slow Food ha lanciato l’idea del prezzo di origine in etichetta: è la riproposizione dell’utopia veronelliana del “prezzo sorgente”. Destinata, come tutte le utopie, a rimanere tale, per svariate ragioni, anche puramente pratiche. Tra l’altro il consumatore non ha gli strumenti per sapere se quell’eventuale prezzo di origine sia equo oppure no.

Ma davvero non si può fare nulla? Come esistono certificazioni etiche volontarie, ed etichette di commercio equo e solidale per i prodotti dei paesi in via di sviluppo, non si potrebbe certificare una catena del valore “equa e solidale” anche per i nostri agricoltori?
Su alcuni prodotti come pasta, olio, vino (ricordando sempre che l’Italia produce soprattutto “altro” che Barolo e Brunello), pomodoro, alcune categorie di frutta e ortaggi di largo consumo, una commissione apposita potrebbe fissare dei valori minimi di sopravvivenza per i produttori, magari distinguendo tra pianura e collina o per macroaree geografiche, e un ente di certificazione potrebbe garantire il rispetto del prezzo minimo pagato al primo livello della filiera con un marchio volontario. Non sarebbe più complicato di altri sistemi di certificazione che già esistono, e i consumatori potrebbero partecipare con una scelta consapevole e volontaria alla sopravvivenza delle economie rurali, in particolare quelle di collina e di montagna che sono le più minacciate. Per dirlo con una battuta, un messaggio che significa “nessun contadino è stato maltrattato per produrre questo vino, o questo olio”.

Potrebbe farlo una singola catena della distribuzione organizzata, o potrebbe farlo un organismo nazionale con un marchio a valenza generale. Ma qualcuno potrebbe farlo. E forse a conti fatti potrebbe essere persino un buon “business”.

POST SCRIPTUM. Un saluto, un ringraziamento, un augurio

Questo è stato l’ultimo mio editoriale come direttore responsabile di Millevigne. Ai migliori auguri di buone feste che rivolgo a tutti i nostri lettori aggiungo un augurio particolare per l’amico e due volte collega, come agronomo e come giornalista, che prenderà il mio posto, Matteo Marenghi. Molti lettori lo conoscono per la sua lunga attività di giornalista agricolo e curatore di opere di divulgazione tecnica, nonché per importanti incarichi che ha ricoperto nel mondo associativo e delle imprese.
Non lascio Millevigne: continuerò a collaborare alla rivista occupandomi in particolare di viticoltura sostenibile e biologica, ma non più del coordinamento editoriale, che mi ha impegnato negli ultimi vent’anni (prima per “Vignaioli Piemontesi”). E’ una mia scelta, legata al desiderio di concludere la mia carriera dedicando più tempo da una parte al “campo”, ai vigneti, là dove era cominciata, e dall’altra all’insegnamento: negli ultimi anni si è fatto vivo in me il desiderio di lasciare qualcosa di quello che ho imparato ai più giovani, e l’Università di Pollenzo mi ha consentito di realizzarlo. Voglio ringraziare tutti i lettori che hanno accompagnato l’avventura di Millevigne, che continua verso nuovi traguardi. La mia gratitudine va anche all’editore, soprattutto per la libertà che mi ha sempre concesso, senza mai chiedere che questa rivista, seppure di proprietà di un’associazione di produttori, diventasse un triste “house organ” autocelebrativo: anzi comprendendo, con lungimiranza, che sarebbe stata la sua morte. Grazie, infine, a tutti i validissimi collaboratori che, più di me, hanno fatto di Millevigne quello che è. E con questo, buon anno a tutti!

Maurizio Gily

SOMMARIO

Viticoltura

Il killer evanescente a buon mercato di Fabio Burroni e Marco Pierucci

Sensori aerei o "proximal"? di Matteo Marenghi 

Sarmenti da sfruttare di Davide Giordano

I rimpiazzi delle viti mancanti di Riccardo Castaldi


Enologia

Quercetina e Sangiovese: il paradosso enologico dei vini di pregio di Elisa Martelli ARTICOLO IN CHIARO

Riscaldamento climatico: il caso del Moscato di Maurizio Gily

 

Economia

Il mercato del vino in Canada di Stefano Baldi

L’analisi dei costi di Lorenzo Biscontin

 

Cultura e Società

L'impresa vitivinicola tra percezione e realtà di Gabriela Tirino

Il “sistema Montefalco”, protagonista della viticoltura della mistica Umbria di Andrea Cappelli

Come era il vino nel '68? di Lorenzo Tablino

1994 a Clavesana, i giorni dell'alluvione di Monica Pisciella

#MILLEVIGNE N°4 2018

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