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Millevigne n° 4 2015

Orgoglio Metodo Classico Italiano

Da quanti anni si dibatte in Italia sulla forza o meno del termine Metodo Classico? Almeno dal 1° settembre del 1994 cioè da quando l’Unione Europea decise che il termine “champenoise” fosse ad appannaggio esclusivo dello Champagne. Da quel giorno, non si sa ancora bene perché, è scattata una sorta di complesso di inferiorità che ci ha portati a trovare un’alternativa al termine “spumante” considerato troppo “volgare” e poco utile per distinguere bene le diverse tipologie di sparkling italiani.

Si è così provata la via del “Talento” che doveva rappresentare la casa comune degli ex champenoise del nostro Paese per poi, alla fine, approdare al termine attuale di Metodo Classico. Termine che però continua ad essere poco utilizzato da gran parte degli spumantisti italiani, a partire dalla Franciacorta che sulla sua specifica denominazione territoriale sta da tempo giocando tutte le proprie carte di identificazione produttiva. Nel frattempo alla discussione si è aggiunto anche il termine “bollicine” che molti tutt’oggi preferiscono a definizioni come spumante o metodo classico.

Ma tutta questa schizofrenia che si è manifestata in oltre ventuno anni nel panorama della spumantistica italiana va ben aldilà, a nostro parere, delle questioni meramente idiomatiche.

E paradossalmente ci stiamo rendendo ulteriormente conto delle difficoltà del metodo classico italiano di riflettersi in una propria identità nazionale, riconosciuta e riconoscibile proprio in questi ultimi anni di straordinario successo del Prosecco.

Un successo, scusateci l’estremizzazione, che per certi aspetti ci rimanda al proverbio: ”Tra i due litiganti il terzo gode”. In questo caso i litiganti sono stati i diversi territori del metodo classico italiano che non sono mai riusciti a credere fino in fondo non solo al valore di un termine ma anche ad un modo comune per comunicarlo, per rendere visibili al mondo (a partire dall’Italia) le peculiarità di questa tipologia produttiva.

E mentre si discuteva sui termini, se era meglio enfatizzare il metodo o i luoghi di produzione, il Prosecco senza complessi e con una certa sfrontatezza si è preso tutti gli spazi che poteva occupare.

Al punto che oggi nel mondo la bollicina italiana d’eccellenza è il Prosecco e, credeteci, anche tra molti addetti ai lavori, è scarsa la percezione se essa è “bolla da Charmat” o da “metodo classico”.

E se quindi il Prosecco veleggia su numeri produttivi e di vendita impressionanti (al punto che non appare azzardato immaginare, se il trend continuerà ad essere questo, di raggiungere il miliardo di bottiglie nei prossimi 5 o 6 anni), il metodo classico italiano ha praticamente i suoi numeri fermi o quasi da anni (circa 25 milioni di bottiglie) e non è facile oggi immaginare quali sviluppi futuri potrà avere.

Eppure, a nostro parere, vi sarebbe un interessante effetto Prosecco da sfruttare in quanto la nostra bollicina più popolare al mondo sta attraendo consumatori che fino a poco tempo fa non avevano nessun interesse nei confronti degli sparkling.

L’effetto “educativo” del Prosecco, pertanto, potrebbe essere sicuramente capitalizzato meglio anche dal nostro metodo classico, ma a quali condizioni?

Innanzitutto, secondo noi, accettando una volta per tutte con orgoglio, senza riserve, di far parte tutti di una stessa famiglia, quella del metodo classico italiano.

Le differenziazioni, preziosissime, devono essere successive, complementari a questa prima scelta perché altrimenti risulta molto difficile far capire al mondo la forza della gamma più alta della spumantistica italiana.

Quante volte ci siamo sentiti dire, nelle nostre numerose presentazioni in giro per il mondo, dopo aver fatto degustare un metodo classico e, soprattutto, dopo aver detto il prezzo: “ma con questa cifra mi posso comprare due ottimi Prosecco!” Vani i nostri tentativi di spiegare le differenze di metodo, la nostra voce appariva sempre più fioca in una sala sempre più chiassosa.

Non provare almeno una volta, pertanto, a ragionare su una possibile comunicazione collettiva del metodo classico italiano -chi scrive lo ha evidenziato più volte anche nel passato- ci sembra oggi ancor più una miopia.

Siamo sempre convinti che la forza del nostro metodo classico risieda anche nelle sue diversificazioni territoriali, ma nessuno di questi territori oggi ci appare in grado da solo di superare la soglia di attenzione in un mercato internazionale sempre più grande e competitivo.

Stare insieme per un obiettivo preciso non significa negare le proprie peculiari identità, bensì trovare il modo per renderle ancor più visibili.
Forza, c’è voglia anche di metodo classico italiano nel mondo.

SOMMARIO

Editoriale Orgoglio metodo classico italiano di Fabio Piccoli

Viticoltura

I nuovi incroci resistenti di Riccardo Castaldi

La virosi del Pinot Grigio, una nuova preoccupazione in vigneto di Elisa Angelini, Nadia Bertazzon, Andrea Fasolo, Luisa Filippin, Vally Forte

Croatina: bibliografia di Giuseppe Zatti

Viticoltura non è solo coltivare la vite, ma coltivare l'ambiente di Fabio Burroni, Marco Pierucci

Macchine: leggero è meglio! di Davide Giordano

Winetwork: contro flavescenza ed esca è nata una rete europea di Maurizio Gily

Enologia

Il panel: assaggiare insieme, assaggiare meglio di Giuseppe Zeppa

L'autenticazione varietale del vino di Andrea Cappelli

Economia

Motivarsi per motivare di Fabrizio Garbelli

Il Giappone ama il Soave di Francesco Minetti

Programma di sviluppo rurale, avanti piano di Davide Abellonio

Un punto vendita emozionante di Mario Deltetto

Cultura e società

Il moscato di Scanzo di Mauro Giacomo Bertolli

Il fiasco toscano, una storia da non dimenticare di Alessandra Biondi Bartolini

Alla scoperta delle regioni vinicole cinesi di Alessio Fortunato

 

 

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