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In vigna, prima del germogliamento

Dalla raccolta alla ripresa vegetativa in vigneto si svolgono operazioni fondamentale per il buono sviluppo della coltura; alcune tradizionali, altre meno routinarie, ma altrettanto importanti.

foto in apertura: "curetage", dendrochirurgia su vite

Inverno e inizio primavera sono momenti ove solo apparentemente la vigna è ‘ferma’. Certo le attività, in questo periodo non sono frenetiche, ma non è detto che la buona tecnica agronomica non ne contempli, fra tradizionali ed innovative. Se ne è parlato ad un seminario organizzato da Horta (spin-off dell’Università Cattolica) presso la propria azienda sperimentale di Castell’Arquato (PC).

Preparare i suoli alla stagione imminente

Nel post vendemmia gli interventi principali sono diversi, e vanno dai nuovi impianti o dal rimpiazzo delle fallanze alla gestione delle coperture, dalle lavorazioni alla concimazione, alla regimazione delle acque (suoli e fossi). Relativamente alla struttura del suolo, è periodo ottimale per la distribuzione di letame e compost, oppure di formulati organici pellettati. Semina di erbai da sovescio o da copertura e impiego di decompattatori possono essere utili in diverse situazioni ove sono rilevanti i fenomeni erosivi. Infatti, sempre più rilevanti, a livello mondiale, sono le problematiche relative al compattamento di suoli ed all’erosione. Il compattamento è più evidente ovunque vi siano percorsi fissi, inevitabili per colture permanenti quali la vite. Terreni troppo compatti conducono ad asfissia, mancata percolazione idrica, difficoltà di espansione radicale. L'erosione è funzione della pendenza e delle precipitazioni che, quando estreme, generano forti deflussi che asportano terra, inducendo frane superficiali e colate di fango.  “Gestione del suolo e coperture vegetali – ha precisato Davide Ferrarese di VignaVeritas - sono i fattori chiave per un controllo dei fenomeni. La gestione del suolo e della pianta devono anche cercare di fronteggiare estati più calde e asciutte, come pure temporali di più forte intensità che nel passato”.

Soddisfare le esigenze nutritive della pianta

La nutrizione del vigneto a riposo è un tema finora spesso sottostimato, sovrastato dagli interventi durante la stagione vegetativa. Gli apporti vanno calibrati in funzione dell’obiettivo enologico e - come ha precisato Mauro Schippa di Haifa.Italia srl – in funzione della reazione della pianta nel medio-lungo periodo. Fino a quando la vite non ha 4-5 foglie espanse, utilizza quanto ha disponibile nelle riserve del legno che si formano nel post raccolta. Occorre anche considerare che i picchi di assorbimento della vite, per ogni elemento, non coincidono con i picchi di fabbisogno; in genere sono precedenti. Potassio e fosforo sono assorbiti maggiormente da agosto ad ottobre, meno nel caso di somministrazioni più tardive. Per il ferro si possono fare interventi mirati in fase di maturazione del legno, magari tramite impianto di microirrigazione (con chelati di ferro aggiunti all'acqua). Per l'azoto si valorizza l'impiego di concimi granulari a cessione controllata e, di nuovo, la tecnica della fertirrigazione. La nuova viticoltura non può quindi oggi prescindere da microirrigazione e fertirrigazione, (a meno che non voglia nutrire l'inerbimento e non specificatamente la vite). Gli interventi fogliari sono altrettanto importanti con formulati ad azione fisionutrizionale per arricchire le gemme prima della filloptosi (es. formulati con metilenurea), inoltre va ricordato come la concimazione fatta ad agosto non interferisce con l'accrescimento dell'acino, che accetta solo sostanze di discesa floematica e non da risalita xilematica.

Gestire le forme svernanti dei patogeni

Nella protezione delle piante cruciale è la conoscenza della fisiologia dei patogeni. Molte malattie della vite, quali oidio, peronospora, black rot, Phomopsis, botrite e mal dell'esca sono policicliche, con un ciclo primario che permette loro di passare l'inverno e più cicli secondari durante la stagione favorevole. Inoculo primario e quindi infezione primaria sono pertanto fattori essenziali (eredità stagionale). “Per ritardare l'esplosione della malattia è fondamentale lavorare sull'inoculo primario - ha detto Sara Elisabetta Legler di Horta -. Ad esempio, per l’oidio, diminuendo il numero di cleistoteci per cm2 di corteccia si ritarda la comparsa della malattia, che raggiunge la pianta in una fase in cui ha maggiore resistenza (da quando le bacche sono nella fase fenologica detta di ‘grano di pepe’). Per questo sono potenzialmente interessanti interventi tesi ad estinguere il materiale di inoculo. Ci sono microrganismi (Ampelomyces spp) in grado di parassitizzare sia i conidi sulle foglie sia i cleistoteci (occorre trattare  quando i cleistoteci sono in fase di maturazione).

Per la peronospora non ci sono armi così efficaci da utilizzare per abbattere l'inoculo (oospore). Le oospore nelle foglie cadute rimangono vitali per più anni (accumulo di inoculo primario). Alcune coperture vegetali, riducendo l'azione di ‘splash’ dell'acqua piovana, possono ridurre la possibilità di dispersione delle zoospore in primavera. Per il black rot gli pseudoteci e i picnidi rimangono sulle mummie dei grappoli e sulle ferite dei tralci durante l'inverno; occorre togliere quindi mummie e tralci infetti in vigneto. Stessa cosa vale per la botrite, ove la produzione di sclerozi porta ad apoteci e ascospore in primavera, a partire dall'inoculo sulle mummie dei grappoli. Anche qui quindi attenzione a non lasciare grappoli mummificati. Per la Phomopsis viticola è invece fondamentale eliminare tralci infetti e rachidi (residuati, ad esempio, dalla vendemmiatrice meccanica). Il complesso dell'esca infine si controlla con asportazione di legno infetto e piante morte, che vanno segnate durante la stagione vegetativa quando i sintomi sono manifesti. Altra opzione utile è quella della protezione delle ferite di potature, o con agenti di biocontrollo  (Trichoderma spp) o con sostanze chimiche. Il trattamento con Trichoderma non è efficace se le temperature sono troppo basse, occorre attendere che risalgano ad inizio primavera.

Contenere il mal dell’esca con il curetage

La relazione tra potatura e comparsa del mal dell'esca è nota da tempo (Rène Lafon, Montpellier, ne scrisse un trattato nel 1921). Sul legno secco dei tagli si sviluppano funghi che poi passano a colonizzare le parti interne. “Ogni piaga – ha spiegato Leone Bragio di Uvasapiens - corrisponde internamente ad un cono di disseccamento del legno. Più è grande il taglio più è grande questo cono, ove avviene la necrosi. È anche importante dove si fanno i tagli (posizione reciproca dei tagli di potatura); più sono contrapposti e vicini più si ostruisce il passaggio della linfa. Meglio tagliare poco e tutto dalla stessa parte del tronco. Che fare con le piante malate? Si possono applicare sulla vite tecniche simili alla slupatura sull'olivo, dette di ‘curetage’. Per il curetage invernale occorre preventivamente segnare le piante in vigneto durante la stagione vegetativa, poi si interviene nei punti sensibili, accanto alle zone di taglio (es. capitozzature), e con la motosega e si toglie tutta la parte secca, procedendo con la punta finché si trova la carie. infine si disinfettano i tagli con Trichoderma.

Il confronto fra appezzamenti trattati con curetage e altri non trattati (sperimentazione di 6 anni su varietà locali in Veneto) ha dimostrato l'efficacia dell'intervento, soprattutto nella prevenzione delle forme apoplettiche (le forme croniche della malattia rimangono ma sono numericamente inferiori).

Pirolisi e biochar: impiego innovativo dei residui di potatura

“Il biochar – ha esordito Roberto Reggiani, dell’azienda agraria sperimentale Stuard (PR) - è un carbone vegetale che si ottiene dalla pirolisi di diversi tipi di biomassa vegetale. Dalla pirolisi si ottiene anche un gas (syngas) utilizzabile come il Gpl”. In base al materiale impiegato si originano biochar differenti, e si può partire anche da materiale verde e con elevata umidità (es. sfalci o residui vegetali da orticole). Il biochar ha un elevato contenuto di carbonio ed è un ammendate per i terreni, dato che ha micropori in grado di trattenere l'acqua. Non è degradato dai microrganismi del suolo, quindi non libera CO2 nell'ambiente (è stato definito anche come una nuova tecnologia per la mitigazione climatica). La macchina che lo produce, di facile installazione in azienda, è stata nel tempo affinata e può essere alimentata anche con fanghi e residui di digestati o liquami. La resa in biochar è il 15-20% di quanto viene immesso.

 

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