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Xylella: i ricercatori sono innocenti, ma solo un po'

Il GIP archivia le accuse ma critica l’operato del pool anti-Xyellla. Un contentino alla procura di Lecce

“Cane non mangia cane”. Il testo della sentenza con cui si archiviano le amene accuse del procuratore di Lecce Cataldo Motta a dieci ricercatori e funzionari, tra cui il generale del Corpo Forestale Giuseppe Silletti, in merito alla diffusione della Xylella dell’ulivo suonano più come un’assoluzione di quella procura che non degli imputati. Si parla di grave negligenza e sciatteria, di sottovalutazione del problema, di tardivo riconoscimento della malattia: ma se davvero è stato tardivo, bloccare gli abbattimenti come disposto dalla Procura avrebbe portato ulteriore ritardo, o no? Una delle tante contraddizioni di questa vicenda giudiziaria surreale, contornata da giornalisti ignoranti a caccia di scoop, guru e santoni con miracolosi rimedi alternativi, politici rampanti a difesa dei sacri ulivi, che ne hanno di fatto accelerato la morte, agevolando il trionfale cammino della malattia dal Salento fino alle porte di Bari. Ma non surreali sono i danni che ha provocato all’olivicoltura pugliese e italiana. In merito alla presunta diffusione colposa del batterio, la più pittoresca di tutte le accuse, si scrive semplicemente che “le prove sono insufficienti”. Si accusa l’Università di Bari di “preoccuparsi dei finanziamenti”: ma guarda un po’ che cosa straordinaria che un ente di ricerca si preoccupi dei finanziamenti, nel paese che spende in ricerca meno di tutti i paesi sviluppati e manda all’estero molti dei suoi scienziati migliori. Tra questi, il Prof. Enrico Bucci, il cui articolo pubblicato su il Foglio spiega bene le incongruenze di questa sentenza sul piano scientifico e si può scaricare a questo LINK insieme a un altro articolo di Luciano Capone, che da anni segue tutta la vicenda, proponendo, fin dalle prime battute, un azzeccato paragone con la “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni. (“… E non paia strano di vedere un tribunale farsi seguace ed emulo d’una o di due donnicciole; giacché, quando s’è per la strada della passione, è naturale che i più ciechi guidino”).

Un altro articolo ("Xylella: assoluzione senza riabilitazione") sull’argomento è pubblicato sulla rivista “Le Scienze” ed è consultabile sul web

Ma intanto c’è chi lavora seriamente: la genetica, unica risposta

Al momento l’unica prospettiva seria di contenimento della Xylella pauca è la resistenza di alcune varietà di olivo. Non è ancora del tutto chiaro se questa resistenza, che si esprime nella mancata  espressione dei sintomi, sia permanente, ma per ora sembra l’unica strada percorribile. Parrebbe anche che il sovrainnesto di marze resistenti su ceppi di olivo sensibile porti la pianta a non manifestare la malattia. Sono al momento in fase di studio tutte le principale varietà italiane di olivo per saggiarne la resistenza, più un vasto numero di nuove varietà ottenute da semenzali. Di questo lavoro abbiamo già parlato lo scorso anno su Millevigne, con Andreas März e Giovanni Melcarne: LINK. Nel frattempo il lavoro è andato molto avanti.

Ci sono altri esperimenti in corso per il contenimento del batterio o quanto meno la mitigazione del danno (uso di biostimolanti, di consorzi microbiologici, di sali minerali etc.). E' evidente che questo genere di prove hanno senso se fatte con rigore e metodo scientifico, e localizzate dove la malattia è ormai stabilmente insediata e non c'è alcuna possibilità di eradicarla, mentre nelle zone a rischio di diffusione è necessario seguire rigidamente le norme per la profilassi del decreto ministeriale e del Settore Fitosanitario della Regione Puglia. E lasciar perdere santoni e complottisti. 

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