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Velenitaly: caso chiuso, abbiamo vinto noi

La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di Paolo Tessadri contro la sentenza di appello che, ribaltando la sentenza di primo grado, condannava il giornalista al pagamento di tutte le spese processuali, riconoscendo che Millevigne non lo aveva diffamato, ma aveva scritto la verità sulla “fake news” del vino killer pubblicata da L’Espresso alla vigilia di Vinitaly 2008.

Giustizia è finalmente fatta. Ci sono voluti sette anni per mettere la parola fine a una brutta storia che mi era arrivata addosso come una tegola del tutto inaspettata.
Sette, non dieci, anche se il caso risale al 2008, perché il giornalista Paolo Tessadri si accorse solo dopo tre anni dalla nostra pubblicazione, durante una casuale navigazione su internet, di essere stato, a suo dire, diffamato. Il danno effettivo che può aver subito si può già intuire da questo lasso di tempo, ma non importa, non è questo il punto. Tessadri mi chiese 50.000 euro di danni minacciando di farmi causa: siccome non li ottenne, si attivò presso il tribunale di Rovereto per ottenere un risarcimento, sceso a quel punto a 25.000 euro, forse per una banale questione di costo dei bolli… Contro ogni logica previsione il tribunale di Rovereto, credo il paese di Tessadri, mi condannò a pagargli 5000 euro, pur riconoscendo nella sentenza che avevo scritto solo cose vere: “… atteso che non vi è questione in ordine al fatto che il dott. Gily, nello scrivere, abbia riportato notizie vere”. La condanna quindi non era per il contenuto ma per la forma: avrei usato espressioni offensive verso il collega, quindi un problema di “continenza”.

Fu una sorta di sollevazione popolare contro quella sentenza, che si espresse anche in una sostanziosa raccolta di fondi per pagare le mie spese legali, a convincermi a fare ricorso in appello presso il tribunale di Trento, che in effetti ribaltò la sentenza di primo grado ristabilendo la verità dei fatti e condannando il mio accusatore alle spese legali. Per saperne di più: LINK
Non contento, il Sig. Tessadri si rivolse alla Corte di Cassazione per il terzo grado di giudizio. La notizia di ieri è che la Corte non ha ritenuto ammissibile il ricorso.

Cosa avevo scritto di così offensivo?

Il mio articolo, nella versione cartacea, si può leggere QUI, ma solo per pochi giorni perché a questo punto desidero soltanto che su questa vicenda cali il silenzio. (Gli omissis riguardano vicende giudiziarie relative ai presunti sofisticatori, ma siccome alcune non so come siano andate a finire mi pare corretto non ricordarne i nomi). Nella memoria dell’avvocato (o avvocata?) di Tessadri si scriveva “il Dr Gily non si limitava a proporre una diversa versione dei fatti ma…” Infatti no, avvocata, non mi limitavo a proporne una diversa, ne proponevo una vera.

I passaggi “diffamatori” sarebbero principalmente questi:

“Il cattivo giornalismo” nell’incipit. Non mi pare che spacciare ipotesi di reato tutte da verificare, e poi rivelatesi inconsistenti, come se fossero notizie accertate sia buon giornalismo. Purtroppo da dieci anni a questa parte la situazione, sotto questo aspetto, non è certo migliorata.

“non si sa da quale fonte, forse direttamente dall’Altissimo…” Qui il collega si sente toccato nel vivo e fa riferimento nel suo atto di accusa a una soffiata avuta da una Procura alla vigilia di un sequestro, quindi una fonte attendibile. Solo che io, come si evince dal testo, non mi riferivo affatto al sequestro (tra l’altro un sequestro cautelativo destinato ad accertare SE ci fossero rischi per la salute, perché a quel punto non si sapeva, e non c'erano) ma all’affermazione che gli acidi usati per confezionare il losco intruglio (“insieme alle altre sostanze cancerogene”, ma non si dice quali, e in effetti non ce ne erano) “uccidono lentamente”.  Quindi quel vino non solo era tossico, non faceva solo venire mal di pancia, ma addirittura ammazzava la gente! E in giro per l’Italia ne circolavano milioni di bottiglie! Chiunque si può rendere conto delle conseguenze di una tale affermazione, su un giornale di larga diffusione, nel pieno della più importante fiera internazionale del vino.  Per cui se ho parlato di “fantasie horror”, altra espressione contestata, penso di essere stato molto, ma molto “continente”.  Fu lo stesso procuratore di Taranto, titolare di uno dei due rami di inchiesta, a smentire l’Espresso sui rischi per la salute, ma “Il danno provocato – scrivevo – da incredibile ignoranza, sciatteria e avidità di incassi era fatto”. Altra frase che ha fatto infuriare il collega. In verità qui non mi riferivo solo a lui (quindi non si tratta di un attacco personale) ma alla copertina (BENVENUTI A VELENITALY), alla locandina che potete vedere nella foto, e all’editore, visto che i giornalisti ovviamente non sono pagati a provvigione sul venduto. Ma, a parte questo:

Ignoranza: siamo tutti ignoranti delle materie di cui non siamo esperti, e non è offensivo dirlo. Ma quando un giornalista scrive di cose che non sa dovrebbe documentarsi bene. Sciatteria: quando invece non si documenta, si dice nel codice deontologico dei giornalisti, manca di accuratezza, una perifrasi che la lingua italiana riassume con la parola sciatteria. Avidità di incassi: gli scoop della categoria “food terrorism” garantiscono un elevato “share” e questo lo sappiamo bene. Qualche anno dopo BENVENUTI A VELENITALY ricordo un'altra copertina dello stesso giornale che, in riferimento a un problema sull’acquedotto, titolava “BEVI NAPOLI E POI MUORI”, con la stessa proverbiale sobrietà.
Mi auguro che sotto la guida di Marco Damilano, da poco direttore dell’Espresso e giornalista che stimo, non abbiano a ripetersi simili patacche.

Il fondo per la mia difesa: come lo spendiamo?

Per concludere: quella raccolta di fondi per sostenere la mia causa ha generato un fondo di circa 14.000 euro, che certamente non ho intenzione di tenermi, anche se le spese che ho avuto sono state molte e solo in parte risarcite, e le ore di lavoro e di sonno che ho perso nessuno me le potrà restituire.
Intorno a questa raccolta si è formata una comunità di produttori, giornalisti, enologi, agronomi, consumatori, importatori di vini italiani, e amici. Spetta alla comunità decidere la destinazione del fondo. Un brindisi con qualcuno lo faremo, non intendo però usare il fondo per cene di ringraziamento, ma per qualcosa di utile, con la firma di tutti. Attendo proposte. Chi però volesse optare per la restituzione del suo contributo me lo può comunicare privatamente, è suo diritto e non c’è di che vergognarsi. (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

Grazie a tutti e viva il vino vero, né velenoso, né truffaldino.

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