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Botti: il ritorno del castagno

Nuova vita per le doghe di castagno dei boschi del Chianti

“Siamo sempre stati affascinati dalla complessità e ricchezza del nostro territorio, che fino a pochi anni fa offriva quella meravigliosa autosufficienza tipica delle antiche civiltà contadine più nobili. Da qui l’idea di riportare il castagno del Chianti nelle nostre cantine - racconta Luigi Giovanni Cappellini, proprietario del Castello di Verrazzano, da sempre attento allo sviluppo sostenibile delle attività vitivinicole - .La storia recente ha eletto i soli vino e olio quali ufficiali portatori del blasone del Chianti, vantandone le caratteristiche vocazionali di eccellenza e unicità. Così molte altre attività cosiddette minori sono entrate in crisi, come i seminativi, i frutteti, gli allevamenti, si pensi che la zona aveva anche una produzione di seta. In questo scenario la nostra attività è sempre stata orientata sul desiderio di esprimere al massimo le caratteristiche non solo di un microclima e di una situazione geomorfologica, ma di un vero e proprio microcosmo, in una parola del terroir». L'obiettivo è quello di dar vita a una filiera di produzione vinicola fortemente legata al territorio, che tenga conto non soltanto dei cloni delle varietà piantate, delle forme d'allevamento e dei lieviti, ma passi anche attraverso la scelta del tipo di legno per l'affinamento, come appunto il castagno dei boschi del Chianti, in particolare alberi provenienti dal Monte San Michele, dal Monte Luco e da Badia a Coltibuono. “Vogliamo migliorare la piacevolezza dei nostri vini e porli in relazione con la complessità della civiltà contadina ormai quasi abbandonata – continua Cappellini, sensibile alle tematiche ambientali e paesaggistiche - legarli ai vari saperi e tutte le altre specificità agricole della zona. Così abbiamo deciso di provare ad affidare l'invecchiamento di una parte della nostra produzione al contatto con questo legno, che condiziona il gusto del vino e lo caratterizza fortemente. Perché si parla di vini a km 0, ma poi le botti arrivano da fuori, anche dall'estero. Abbiamo creduto così nelle potenzialità di un vino affinato nel castagno locale, segno di distinzione e tradizione”. Nasce così il Chianti Classico Gran Selezione Valdonica, un Sangiovese 100% con una filiera tutta chiantigiana, dal vitigno alla botte, per un vino dalla forte caratterizzazione territoriale, dove nasce e dove matura: un cru decisamente diverso da tutti gli altri, che porta il nome del vigneto da cui proviene, un vino che non sa d'altri vini, totalmente connotato da sentori e nuances legati integralmente al territorio e da uno spiccato timbro di resina e incenso. “Riscoprire il castagno ha - conclude Cappellini, presidente del 'Consorzio Forestale del Chianti' che opera per la tutela e il rispetto della biodiversità e la promozione di politiche d'efficienza energetica - un forte valore romantico e finalmente si può dire che il legno delle nostre botti non è uguale a quello di tutti gli altri vini di oggi. Quello di utilizzare essenze della zona è un modo anche per valorizzare i nostri boschi, un elemento che pochi oggi considerano, riscoprendo una parte dell’economia del sistema contadino del Chianti che era stata dimenticata. Tradizionalmente, infatti, nella filiera legnosa una parte nobile delle risorse veniva usata per fare vasi vinari. Oggi la stragrande maggioranza di queste attività legate ai boschi chiantigiani rischia di andare perduta. Numerose sono le ragioni, tra cui la marginalità reddituale dell’attività forestale in un territorio dalle caratteristiche come il nostro con una forte vocazione vitivinicola. Ma anche i cambiamenti dovuti all’uso enologico e il sopravvenuto interesse di stili di gusto diversi, molto più legati a una generale internazionalità, hanno comportato una diffusa standardizzazione nell'uso dei recipienti per l'invecchiamento”.

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