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la tragedia di Refrontolo e il ritorno dei pataccari

Molinetto della Croda, comune di Refrontolo, zona del Prosecco. Una festa di paese organizzata in un luogo insicuro, praticamente nell'alveo di un torrente, già lambito da un'alluvione in febbraio; e questo in presenza di previsioni del tempo minacciose e con un suolo già impregnato di acqua dalle abbondanti piogge dei giorni precedenti. Nessuno temeva il peggio, ma il peggio è arrivato e si è portato via quattro vite, con la piena improvvisa del torrente Lierza.

Mi aspettavo da parte dei media una condanna della superficialità con la quale le autorità preposte  hanno ritenuto quell'area "sicura". Se per pervenire a questa brillante conclusione il Comune ha consultato un geologo, vorrei conoscerlo e guardarlo nelle palle degli occhi: ma forse non lo ha ritenuto necessario. Mi aspettavo, dunque, che si spendesse qualche parola su come la prima e più importante forma di prevenzione sia quella di "non esserci", da parte dell'uomo, nelle zone soggette a catastrofi naturali. Luoghi dove è bene non costruire, non abitare, non produrre e nemmeno organizzare feste. 

Invece molta stampa e qualche ecologista da salotto non ha trovato di meglio che dire che è tutta colpa dei vigneti di Prosecco, improvvidamente piantati dove prima c'era il bosco Caccia ai colpevoli, scoop, sensazionalismo, pseudo-scienza, nessuna analisi seria dei fatti e delle cause. Un tipico caso di quello che gli anglosassoni definiscono "yellow journalism", giornalismo giallo:in italiano potremmo tradurlo, usando i colori più vivi della nostra lingua, come "pataccaro". 

Devo dire che anch'io ho disapprovato, più di una volta, l'eccessivo ampliamento della viticoltura del prosecco, ma in questo caso i vigneti non c'entrano niente. A monte di Molinetto della Croda non ci sono praticamente vigneti, prevalgono nettamente i boschi. Inoltre i vigneti di prosecco, sorpattutto in zone declivi, sono tutti inerbiti, per cui l'azione di rallentamento delle acque meteoriche è comunque assicurata, anche se non al livello di un bosco. Ben diverso è il caso dei suoli lavorati e, soprattutto, di quelli cementificati.

Per le organizzazioni agricole l'agricoltura è sempre un presidio del territorio, mai una sua compromissione: questa tesi è vera spesso, ma nei fatti le cose sono un po' più complicate. Dipende da quale agricoltura, ed è sicuramente improbabile che sbancare versanti boscosi per coltivarli possa giovare in qualche modo all'equilibrio idrogeologico. Quello che è certo è che il territorio cementificato e asfaltato è sempre un danno all'equilibrio idrogeologico. Ma nel caso di Refrontolo nessuna delle due spiegazioni é valida. 

Il fatto è che l'uomo, nella sua presunzione, pensa di vivere in un tempo sospeso tra un'era geologica e l'altra. Invece tra le ere non c'è soluzione di continuità, viviamo sempre nel pieno della trasformazione del territorio: le montagne e le colline vengono erose a valle, e le pianure si formano dalle alluvioni, come è sempre accaduto. Ora un po' più in fretta di prima, a causa della tropicalizzazione del clima e dei danni fatti dall'uomo all'equilibrio dei versanti. 

Per limitare i rischi occorrono lavori di messa in sicurezza su tutto il fragile territorio italiano, decisamente più urgenti di varie grandi opere, raddoppi autostradali, svincoli chilometrici e altre opere di dubbia utilità ma di sicuro impatto negativo sull'equilibrio idrogeologico; ma soprattutto, come ho già scritto, occorre "non esserci" laddove il rischio esiste, perché di fronte alle forze che la natura può mettere in gioco in molti casi, o meglio in molti luoghi, non c'è altra difesa che essere altrove, in luoghi più sicuri.

Commenti  

0 #2 Michele Antonio 2017-05-25 23:46
Ottima analisi Maurizio, soprattutto perché invita alla multifattoriali tà, mentre la nostra mentalità (Assman direbbe irreparabilment e monoteista) cerca sempre spasmodica LA causa.
Invece qui c'è un classicissimo ocncorso e stabilire quale sia quella ultima e determinante è un esercizio di stile, non qualcosa di serio e fondato sulla realtà.
Nell'ordine, si possono individuare:
- accumulo di acqua nel terreno, anche in declivio, che ne hanno limitato la capacità di assorbimento, dopo un luglio islandese;
- vigneti al posto di boschi, posto che si assume che i boschi (e quelli cedui di solito non presentano inerbimento) siano comunque più drenanti di vigneti terrazzati (come nel caso del Prosecco) totalmente inerbiti.
- evento con eccezionale concentrazione di mm/h
- deposito di materiali nei pressi del possibile tappo
- posizionamento infelice del tendone
- mancata sorveglianza del torrente.
Insomma, tanta tanta roba che andrebbe valutata da e con mente lucida, non da giornalista catapultata lì con macchinetta che appena esce dalla metropoli è già spersa e tutto le sembra selvaggio, per cui la prima cosa che si inventa e funziona (l'alluvione cusata dal vino) la spara e la riciccia in mille TG.
0 #1 Mario Crosta 2017-05-25 23:45
Sono stato lì molte volte nell'arco di quarant'anni e devo dire che il luogo è sempre stato considerato sicuro dalla enorme quantità di gente che ci veniva. Sembrava sicuro anche quando pioveva e centinaia di migliaia di persone lo possono confermare, visto che ci hanno sempre fatto feste e picnic, richiamati dalle foto del laghetto con la cascata, anche se è oggettivamente molto incassato e di fronte a eccessi di pioggia si poteva immaginare la sua effettiva insicurezza. La gente certamente no, non lo poteva immaginare, ma è per questo che esistono autorità preposte, specialmente per la morfologia e la geologia, che andrebbero appunto guardate bene negli occhi. Ma è stata un'autentica bomba d'acqua, mai vista, forse nemmeno immaginabile. Anche il contadino a monte del rio d'acqua che una volta faceva andare il mulino (dove ci solo soltanto prati, prima, e poi boschi, ma nessun vigneto), ha sempre imballato in quel modo il fieno, assicurando le cataste al terreno e coprendole, come fanno tutti, con il telone e non può essere in alcun modo accusato di nulla. Di fronte a questi casi dovremmo capire che in tutta Italia e non soltanto lì si è sempre permessa l'agibilità dei terreni oppure costruito troppo "dentro" alvei di fiumi o torrenti, spesso ingabbiandoli. Dove stia la soglia della pericolosità non è mai un dato certo. Anche il Po, tra Reggio e Mantova o Rovigo, in passato è esondato facendo strage fino a quando si è capito che bisognava impedire la costruzione di altre abitazioni. Bisogna pur prevedere casi di calamità naturale e intorno ai corsi d'acqua deve essere sempre stabilita una zona d'emergenza. Purtroppo, ancora una volta si verifica il cosiddetto senno di poi

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