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Vino a scuola?

Fa discutere sulla stampa di settore e sul web la proposta del Senatore Dario Stefano, già assessore all’Agricoltura della Regione Puglia, di introdurre nella scuola una materia di “cultura del vino”.  C’è un disegno di legge (ddl 2254/16) a sua firma, per l’istituzione dell’insegnamento obbligatorio della disciplina “Storia e civiltà del vino” in tutte le scuole primarie e secondarie.

Perché, spiega, “L’Italia è da sempre la patria del vino, e la nostra stessa storia è intrecciata con quella del vino”. Affermazioni indiscutibili, che hanno in generale suscitato consensi tra i produttori.

I motivi per cui, tuttavia, a me non pare una buona idea sono i seguenti:

  1. Il vino è sicuramente un elemento basilare della nostra cultura alimentare, quello più ricco di storia e di valori simbolici e culturali e forse anche di bagaglio scientifico. Ma non è, ovviamente, l’unico. Lo sono anche il pane, la pasta, l’olio, i formaggi, i salumi, le cucine regionali, quindi sarebbe meglio eventualmente includere la cultura del vino in un più vasto programma di cultura materiale-alimentare, in cui si insegnino anche i principi basilari di una corretta alimentazione.
  2. La proposta di Stefano ha già incontrato, come prevedibile, la ferma opposizione dei salutisti duri e puri, agli occhi dei quali egli appare un corruttore della gioventù, come accadde, in altri tempi,a Socrate. E difficilmente la politica vorrà scontentarli. Puntualmente è arrivata la diffida da Andrea Ghiselli, dirigente dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, che ha tagliato corto: “L’unico modo per parlarne a dei ragazzini è spiegare che nuoce alla salute”. Poco importa se il buon senso, oltre ad alcune ricerche scientifiche, dimostrano che una solida cultura del vino è un antidoto, non certo un incoraggiamento, agli eccessi alcolici giovanili, perché si abusa di ciò che non si rispetta. Includere la cultura del vino in un contesto più ampio, come ho scritto al punto precedente, consentirebbe anche di aggirare questo ostacolo.
  3. Infine, ma è la cosa più importante: chi insegnerà agli insegnanti? Quanti, siano essi laureati in discipline scientifiche o umanistiche, conoscono una materia così complessa e interdisciplinare come la cultura alimentare e gastronomica al punto di poterla insegnare ad altri? Molto pochi temo. In effetti la cosa non è sfuggita al senatore Stefano, che ha previsto uno stanziamento di 12,4 milioni di euro per la formazione degli insegnanti. Vorrei sbagliarmi, ma mi pare un’idea velleitaria in una nazione dove, in barba alle promesse, gli insegnanti sono pagati come sono pagati, gli intonaci delle aule cadono in testa agli studenti e gli stessi devono portarsi da casa la carta igienica. 

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