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redazione Millevigne

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Fantaisies italiennes

Fantasie Italiane. Dal blog del portale francese vitisphere.com  un severo commento sulla vaghezza delle statistiche di produzione italiane del 2012. 

Vino e tasse: non aprite quella porta!

L’azienda agricola gode di un particolare sistema di tassazione, basato, per le imposte dirette, sul reddito dominicale e agrario (che dipende unicamente dalla superficie e dalla coltura) e, per l’IVA, sulla compensazione forfettaria (regime speciale agricolo: in pratica si cancellano debiti e crediti). Se il proprietario di un’industria di trasformazione, che, contrariamente all’azienda agricola, ha obbligo di bilancio e paga le imposte sugli utili, possiede un’azienda agricola, da cui acquista la materia prima, può facilmente dimostrare di non avere mai utili o di essere sempre in perdita: basta pagare la materia prima (uva da vino nel nostro caso) all’azienda agricola (cioè a se stesso) a prezzi tali da annullare ogni utile. I soldi finiscono sempre nelle stesse tasche, ma in questo modo non sono tassati come reddito di impresa. Addirittura se l’azienda agricola è in regime speciale IVA trattiene l’imposta che incassa, mentre l’industria che la versa, essendo in regime ordinario, la recupera: in pratica c’è un signore che prima paga l’IVA a se stesso, e poi se la fa rimborsare dallo Stato! E ora ditemi: ho scritto una sequela di strafalcioni? Qualcuno mi dica che non ho capito niente: ne sarei sollevato e, non essendo un esperto della materia, anche un po’ giustificato. Ma, se invece ho capito bene, allora in questo gioco c’è qualcosa che non quadra. Si può pensare di porre dei limiti a questa elusione legalizzata nell’ambito di una seria riforma fiscale? E come? Oppure bastano gli accertamenti già previsti dalla legge? Ma sulla base di quali parametri? Non è solo un problema di equità contributiva, ha pesanti riflessi sul mercato fondiario, almeno in alcune aree, facendo lievitare i valori dei fondi in modo scollegato dalla loro redditività. E ancora: questo sistema secolare di tassazione dell’agricoltura basato sulle superfici, e quello sull’IVA forfettaria, sono ancora attuali? Non sarebbe più logico riservarlo alle aziende al di sotto di un certo fatturato o di una certa superficie? Oggi se molte aziende agricole pagassero le imposte sugli utili non pagherebbero nulla del tutto, visto che sono in perdita, quindi il sistema di tassazione attuale, che dovrebbe favorirle, in realtà le penalizza: al contrario, per quelle (poche) che producono redditi elevati, non sarebbe equo che contribuissero un po’ di più ai doveri della solidarietà sociale e al bilancio dello Stato, come fanno tutte le altre imprese (in regola) e i lavoratori dipendenti? E’ vero che tenere una contabilità fiscale è un costo aggiuntivo, ma le aziende di una certa dimensione e tutte quelle basate su accordi societari il bilancio lo fanno già, ad uso interno, quindi …. 
Forse è imprudente scrivere di queste cose: se non lo fa mai nessuno ci sarà un motivo. Forse è colpa del fatto che non ho visto il film “Non aprite quella porta” …

Commenti
Anonimo ha inserito questo commento il 08-Jun-2011 12:51 PM
Non aprite quella porta, hai detto bene! Per quanto riguarda la prima questione, quella dell'azienda comemrciale che acquista dall'azienda agricola a prezzi stabiliti a tavolino, e quindi non paga tasse, in realta' le cose non stanno proprio cosi', anzi. 
Esistono, come saprai, gli Studi di Settore. Questi studi dovrebbero stabilire, una volta inquadrata l'azienda nella categoria giusta, sulla base di studi fatti su "clusters" di aziende simili, determinano una fascia di imponibile sottoposto a tassazione oltre la quale si entra in un territorio di "non congruita'" che fa scattare automaticamente l'accertamento fiscale. Ti assicuro che, per esserci passato, e' impossibile dialogare con l'ufficio delle entrate e che, entro certi limiti, ti conviene pagare anche se non hai torto. Nel mio caso, su 4 clusters di classificazione della mia azienda, ben 3 erano errati. La loro risposta fondamentalmente e': vieni in tribunale a dimostrarcelo (e intanto prima paga la meta' del "dovuto" piu' sanzioni e piu' interessi interi). 
Per il resto, potresti avere anche ragione, se uno fa reddito dovrebbe pagare le tasse. Il problema e' che molte aziende non hanno reddito, e per come sono impostate le cose oggi in Italia - presunzione di colpevolezza, ovvero di evasione - sarebbe una strage degli innocenti.
Mapo Loris ha inserito questo commento il 06-Sep-2011 07:53 PM
Complimenti per l'articolo, buono a sapersi.
Serafino ha inserito questo commento il 26-Dec-2011 10:10 AM
"...Il problema e' che molte aziende non hanno reddito..." mahh... dipende anche dal prodotto, per esempio qui nel prosecco di Valdobbiadene di reddito mi sembra ce ne sia a montagne, ovviamente tassato secondo il reddito agricolo (altro che scaglioni irpef) più una considerevole parte in nero, perchè ovviamente il "bianco" lo si fa semplicemente girando quote (al bar qui le chiamano "carte") e poi ti resta il prodotto vero e proprio da vendere in nero. Poi, poichè sono considerati "poveri" ricevono anche finanziamenti per risyrutturare, costruire, acquistare e cosi via (ovviamente la casa ristrutturata con finanziamenti pubblici stile hotel 5 stelle è un annesso rustico... ci mancherebbe) Sistema conosciuto da tutti e avvallato da tutti. È un insulto a chi 
paga regolarmente irpef dagli operai del 23% alle aziende del 43%. Ma è anche un insolto al produttore di mais, patate, cipolle e cosi via. Probabilmente fare prosecco è un lavoro nobile di conseguenza tutto questo va bene, mahhh... E che magari Zaia e Manzato siano all'oscuro di tutto questo ???
Anonimo ha inserito questo commento il 22-Jan-2012 07:41 PM
E la piu grande vergogna italiana. Qui nel barolo son tutti milionari ma risultano poveri per il fisco e il bello ke e tutto regolare non sono evasori! Utilizzano i sevizi non contribuendo alle spese. Ke scandalo!

Canada: stop alle bottiglie "sovrappeso"

Lo stato canadese dell'Ontario, maggior produttore di vino della nazione e maggior consumatore, vieterà la commercializzazione di vino non spumante in bottiglie di peso superiore a 420 grammi a partire dal 1 gennaio 2013. Lo ha spiegato in una lettera alla rivista britannica "Decanter"  Bob Downey, vice presidente del Liquor Control Board of Ontario (LCBO). 
Ne sarà contento il nostro amico Carlo Macchi che da anni conduce una sensata e condivisibile battaglia contro i "pezzi di artiglieria", come ha definito nel suo editoriale, sull'ultimo numero di Millevigne, le pesantissime e costose bottiglie con le quali molti produttori vorrebbero dare maggior valore aggunto al loro prodotto. E forse è proprio così, almeno per un mercato che ragiona in modo un po' infantile: ma il prezzo da pagare in termini di consumo energetico e produzione di gas serra è davvero troppo alto. Questo almeno è quanto ha decretato lo stato dell'Ontario. E' probabile che altri stati ne seguano l'esempio, a partire dal Nord Europa e dall'Australia, dove i temi ambientali sono particolarmente sentiti.
A volte le scelte delle imprese precedono quelle degli stati. A volte.

Commenti
Anonimo ha inserito questo commento il 14-Jun-2011 11:46 AM
Forse in Ontario non ci sono molte vetrerie che fanno lobby o forse in Ontario si ragiona col cervello. Fa piacere leggere una notizia del genere che, ovviamente riprenderò su winesurf. Stai a vedere che dai e dai....
Anonimo ha inserito questo commento il 14-Jun-2011 07:48 PM
Oltre agli spumanti saranno per ora esentati i vini venduti a oltre 15 dollari canadesi. Sulle prime si fatica a capire il senso: cosa c'entra il prezzo con il peso? A pensarci bene però il motivo c'é: pensate ai vini da invecchiamento, già imbottigliati o di prossimo imbottigliamento, che andranno sul mercato canadese nell 2013: in sostanza concedono alle cantine un po' più di tempo per adeguarsi, ma alla fine vedrete che dovranno rientrare anche loro sotto i 420 grammi: Barolo, Chianti, Brunello, Amarone 
etc..

Douja d'or: sono soldi ben spesi?

Diamo spazio oggi ad una lettera del produttore Gianluca Morino (che tra l’altro è presidente dell’associazione produttori del “Nizza”, anche se in questo caso parla a titolo personale)  alquanto critica sulla nota manifestazione astigiana. Il dibattito sulla Douja (in un certo senso emblematico, in altre parti di Italia si organizzano eventi simili e la discussione potrebbe estendersi), non è nuovo, ma sembra avere proprio quest’anno, in cui si è inaugurata una nuova sede attrezzata, vento più forte in poppa. Forse perché nella generale penuria di risorse la loro ottimizzazione appare un tema sempre più centrale. Sulla questione era già intervenuto il collega Filippo Larganà, sul suo blogSapori del Piemonte, riportando alcune critiche raccolte “in giro” (tra cui quella di un concorso “premia-tutti”), e alcune domande formulate invece in modo diretto (tra le quali una molto semplice: quanto costa?) al Presidente della Camera di Commercio di Asti Mario Sacco, raccogliendo diversi commenti, non tutti critici: c’è chi la Douja la difende ed è più che legittimo. Invece non risulta ad oggi che il presidente Sacco abbia risposto alle domande di Filippo.

Come scrive Morino, anche sui social network, facebook e twitter in particolare, la discussione si è accesa, evidenziando una volta di più il potenziale di questi nuovi mezzi nel mobilitare una sorta di “piazza virtuale” anche per una categoria, quella dei produttori di vino, per natura poco propensa ad affollare piazze autentiche per esternare le sue ragioni.

AGGIORNAMENTO: CI HA SCRITTO IL PRESIDENTE SACCO. LA LETTERA E' PUBBLICATA COME COMMENTO O SCARICABILE DA QUI


Caro Direttore, 
nei giorni scorsi, sfogliando il giornale, ho trovato alcuni articoli da cui traggo qualche citazione: "Una folla di giovani ha invaso i saloni dell'Enofila per visitare la Douja d'Or"; "Il debutto della Douja d’Or a Palazzo dell’Enofila ha superato le più rosee aspettative. La 45° edizione del Salone nazionale dei vini, con le sue 501 etichette Doc e Docg di tutta Italia, ha registrato un affluenza di pubblico decisamente in crescita rispetto al 2010"; " La Douja d'Or si staglia come manifestazione regina nel panorama vinicolo italiano".
Questi solo alcuni dei commenti che si posso leggere sui giornali e nel web a riguardo dell'ultima edizione della Douja d'Or. A prima vista quindi, se non si legge tra le righe, parrebbe trattarsi di una manifestazione ben riuscita e di livello. Mi chiedo allora perché, come ogni anno ormai, a leggere oltre le righe della carta stampata, si trovi  il disappunto di tanti produttori astigiani verso questa manifestazione, che infatti regolarmente disertano (me compreso)? Perché questi produttori non la sentono loro, pur essendo organizzata nel cuore di Asti, considerata la città guida della nostro territorio? Di solito si dice che "chi ben comincia è a metà dell'opera" e devo dirvi che la presentazione ufficiale della manifestazione è stata emblematica: solita sfilza di politici che fanno il loro augurio (ma non è un evento con vini e produttori come soggetti principali?) e poi una significativa frase di Mario Sacco, presidente della CCIAA, che organizza la manifestazione e che riporto qui: “la Douja d'Or è l'evento principale per la promozione e la comunicazione dei vini del nostro territorio”. Davvero? In quel preciso istante, insieme ad altri colleghi, mi sono sentito preso in giro, perché non si possono fare dichiarazioni di questo peso alla luce di una manifestazione da anni decisamente mediocre nella comunicazione e divulgazione del vino delle nostre colline, e che in più sottrae e sperpera gran parte delle risorse destinate al settore vinicolo. C'è chi parla di un budget di spesa di 500 mila e chi di 2 milioni di euro per questo giocattolino: è  inaudito, soprattutto per chi da sempre si senti rispondere che non ci sono fondi per finanziare questo evento o quest'altro. Ed è ancora più incredibile alla luce della crisi economico-finanziaria internazionale, che impone scelte precise di ottimizzazione delle risorse e strategie chiare ed efficaci. Vorrei provare a sintetizzare alcuni dei miei dubbi più significativi su questo evento:
- assenza dei “vignaioli indipendenti” principali della zona e presenza solo di tutto il comparto industriale, a scapito della vera eccellenza delle nostre colline;
- presenza di produttori italiani impossibili da riconoscere nascosti dietro sigle incomprensibili; 
- passerella estenuante di politici o amministratori che neppure  lontanamente conoscono le problematiche del mondo vitivinicolo astigiano; 
- il format dell’evento è vetusto, mal comunicato e senza focus precisi. E senza il supporto di una comunicazione moderna, web incluso, degna di questo nome. Comunicazione del vino come si faceva nel secolo scorso: ai limiti del ridicolo le degustazioni guidate;
- che senso ha vendere certe bottiglie ad un orda di ragazzini che poi si aggirano ubriachi nei dintorni? 
- la location scarna, senza anima né cuore, con una scala mobile d'accesso in stile quartiere di Pigalle, per non parlare della sala enoteca tetra e per nulla professionale; 
- scarsa o inesistente presenza di enotecari, ristoratori, importatori, buyer, giornalisti italiani. Per non parlare di quelli stranieri, con cui non è stato usato alcuno degli strumenti di comunicazione messi a disposizione dal web per raggiungerli e comunicare loro il vino ed il territorio. 

Le nostre colline e noi produttori abbiamo bisogno di ben altro. Abbiamo bisogno di eventi/manifestazioni moderne, dove i territori ed i vini vengono comunicati con un linguaggio attuale e comprensibile. Abbiamo bisogno di una comunicazione forte e coraggiosa, internazionale, che buchi il web e la carta stampata di tutto il mondo e che non rimanga chiusa nei confini provinciali; abbiamo bisogno di trasmettere il nostro valore ad una platea più vasta e di qualità.
Non serve a nessuno vedere i corridoi pieni di curiosi senza finalità e senza una organizzazione che possa motivarli alla scoperta ed alla comprensione dei nostri vini.
Tutti, ormai, sappiamo dell'importanza del web, della sua comunicazione veloce istantanea e reale. La Douja d'Or non si è vista. Nessuno ne ha parlato, se non di recente su twitter e facebook per muovere critiche: inaudito per lo stesso mondo ascoltare le cifre spese e, non investite, nella Douja d'Or per poi raccogliere poco o niente.
A rincarare la dose ed acuire il malumore dei produttori è stato Mario Sacco, che il sabato della Douja al convegno di Monferrato Expo 2015, ha annunciato che l'Enofila sarà la sede della più grande enoteca italiana: “Sarà un fallimento” sono state le parole replica di Michele Chiarlo, giustamente pungente e assolutamente realista.
Come si può pensare di sostenere un progetto del genere con queste premesse?
Mi auguro che la mobilitazione che sta prendendo corpo sui social network  e tra produttori ed esperti del settore posso portare, finalmente, ad un cambio di rotta nella realizzazione di un evento nuovo e adeguato ai nostri tempi e alle reali esigenze dei produttori e del mondo del vino astigiano.
Altrimenti possiamo sempre decidere di chiuderla, come è accaduto nel caso di Torgiano e di tanti concorsi vinicoli nazionali.

Cordialità

Gianluca Morino, proprietario Cascina Garitina

Commenti
Maurizio Gilly ha inserito questo commento il 07-Oct-2011 03:11 PM
Io alla Douja non ci sono andato, ero fuori Piemonte (nemo propheta in patria), quindi non mi sento di dire nulla sull'evento; ma sulla comunicazione, malgrado un ambizioso piano media che copriva anche canali nazionali della RAI, ho osservato un approccio approssimativo e dilettantesco, con alcuni errori madornali come l'invio dei comunicati stampa con gli indirizzi dei destinatari in chiaro; sul principale periodico di Casale Monferrato ho letto un annuncio a pagamento in cui si parla di Asti storica capitale del Monferrato, che è come dire ai senesi che i fiorentini hanno inventato il Palio. Potete immaginare come l'hanno presa i miei concittadini, saranno corsi in massa ad Asti a celebrare. Comunicazione centrata sul target, insomma. Su twitter l'hashtag #douja non esiste: sembra un dettaglio, ma non lo è. Per qualcuno Steve Jobs è vissuto invano. 

LeVinParfait
 ha inserito questo commento il 07-Oct-2011 07:14 PM
Come al solito, Gianluca Morino, Chapeau ;)

Lizzy
 ha inserito questo commento il 07-Oct-2011 11:22 PM
Sul senso, l'utilità, l'efficacia di manifestazioni come questa e decine di altre analoghe in giro per l'Italia siamo in molti a interrogarci - e molti anche tra i produttori, per fortuna, come dimostra questo intervento dell'amico Gianluca -. Noi una risposta ce la siamo data. Ma serve a poco o nulla, perchè questo genere di iniziative è funzionale al sistema: quello dei clientelismi politico-economico-sociali, dell'italica inerzia e resistenza al cambiamento che si basa sull'ignoranza di troppi, e sulla loro incapacità o non-volontà di capire una volta per tutte che il mondo nel quale sono convinti di vivere non esiste più da almeno mezzo secolo...
Gianluca ha inserito questo commento il 12-Oct-2011 10:50 PM
Lizzy ....non esiste più da un secolo in tante parti d'Italia ma sicuro non qui ad Asti. Gonfiarsi il petto per una grande affluenza alla Douja e non capire che è la qualità dell'evento l'unica cosa che serve a noi produttori. Qualità, che come dice il Direttore, non c'è in nessun ambito della comunicazione, vedasi sito, blog o gli ilari video ai vari politici od amministratori. Adesso è ora di dire basta a manifestazioni come la Duja, come alle 25 feste "della barbera" o alle 1000 fiere del tartufo sparse per la provincia di Asti. Possibile che non si possa canalizzare gli sforzi in un'unica direzione? (purtroppo conosco già la risposta) 
 
Anonimo ha inserito questo commento il 18-Oct-2011 09:42 AM
IL PRESIDENTE DELLA CAMERA DI COMMERCIO MARIO SACCO HA INVIATO UNA STESSA LETTERA (SE NON HO LETTO MALE) A NOI E AL SITO SAPORI DEL PIEMONTE IN DIFESA DELLA MANIFESTAZIONE. E' UN TESTO INVIATO COME ALLEGATO A UNA EMAIL, LA INSERISCO CON UN COPIA E INCOLLA 
VISTO CHE IL PRESIDENTE HA SCELTO, FORSE PER DARE PIU' UFFICIALITA' ALLA COSA,DI NON UTILIZZARE IL PROTOCOLLO STANDARD DEL "POST". LASCIO AI LETTORI EVENTUALI NUOVI COMMENTI. La Douja d'Or ha 45 anni di storia, è il più importante concorso nazionale per vini 
Doc e Docg: è riconosciuto dal ministero delle Politiche Agricole e ha ricevuto l'alto patrocinio del Presidente della Repubblica. All'edizione di quest'anno hanno partecipato 1021 campioni proposti da 389 aziende e cantine di tutte le regioni italiane. Il Piemonte ha fatto, come sempre, la parte del leone presentando ben 488 campioni: una testimonianza di vivo e concreto interesse per il concorso, mi pare. I numeri di partenza sono alti ma i vini che arrivano sul podio sono meno della metà, a riprova della serietà e dell'imparzialità dei giudici del concorso, capitanato dall'Onav e dal suo presidente nazionale il professor Giorgio Calabrese. Gli Oscar quest'anno erano 39: non mi sembra un numero esagerato se consideriamo che riguardano il top della produzione 
vinicola nazionale. Il Piemonte è ben rappresentato: 223 vini premiati su 501, 14 Oscar su 39. I vini ambasciatori del territorio: l'Asti Spumante, il Moscato e la Barbera hanno spazi dedicati che, attraverso i Consorzi di tutela, coinvolgono l'intero mondo dei produttori. Giovani emergenti e realtà blasonate, nessuno escluso, a patto che si voglia partecipare. La sfilata dei politici? Abbiamo invitato all'inaugurazione i vertici delle istituzioni locali, regionali e nazionali, ovvero i rappresentanti dei cittadini, delle imprese e degli enti che sostengono la manifestazione insieme alla Camera di Commercio e alla sua Azienda speciale. Da più parti si invoca la sinergia tra gli enti, noi la mettiamo in pratica, da anni. Il vino e le eccellenze agroalimentari caratterizzano il Dna di Asti e della sua provincia e rappresentano una leva fondamentale per il suo sviluppo turistico ed economico: valorizzarle è una delle principali missioni dell'Azienda speciale della Camera di Commercio; la Douja d'Or e la futura Enoteca dei vini Italiani sono gli strumenti per concretizzare questo obiettivo. Il budget complessivo della Douja d'Or è di circa 600mila euro. Le risorse investite dall'Azienda speciale ammontano a circa 350mila euro, non sono sottratte al settore vitivinicolo, sono un investimento “volontario” dell'Azienda, esplicitamente riservato alla promozione del territorio. La parte restante della spesa è coperta dai contributi di altri enti, tra i quali la Fondazione Cassa di Risparmio di Asti, la banca CrAsti, il ministero delle Politiche Agricole, Unioncamere e la Regione Piemonte. La Douja d'Or esce dai confini della provincia. Dal 1° gennaio ad oggi la manifestazione è stata citata in 670 articoli pubblicati in Piemonte e in tutta Italia – 16 in Valle d'Aosta, 14 in Liguria, 13 in Campania, 10 in Toscana, 8 in Lombardia e nel Lazio, 7 in Puglia e Sicilia, 6 nel Veneto, e così via - da quotidiani e riviste nazionali, regionali, locali. Hanno scritto della Douja d'Or , tra le altre, 76 testate on line per un totale di 233 articoli. Rispetto allo stesso 
periodo del 2010 abbiamo registrato un incremento di recensioni del 70 per cento: non parliamo di inserzioni pubblicitarie ma di articoli sulla manifestazione e sui vini premiati veicolati dal nostro ufficio stampa, anche attraverso la rete nazionale delle Camere di Commercio. Lo spot andato in onda sulle reti nazionali Rai e Mediaset è stato visto almeno una volta da oltre 23 milioni di telespettatori (dati Auditel). Nel 2010 è stato lanciato per la prima volta il progetto di live coverage dell'evento, che è proseguito quest'anno con una maggiore attenzione sul canale Facebook; contemporaneamente è stato aggiornato “in casa” il sito web. I risultati di queste prime sperimentazioni non sono da buttare via: parliamo di 170mila visualizzazioni dei post di Facebook durante la manifestazione e di 127mila visualizzazioni di pagina sul sito della Douja che ha registrato 18 mila utenti unici: la maggioranza è “fuori porta” e un migliaio sono all'estero (Germania, Svizzera, Usa, Uk, Francia). I video inseriti sul canale YouTube hanno registrato in totale 3800 visualizzazioni. All'immagine della Douja d'Or e alla sua comunicazione sui nuovi canali dedicheremo le nostre prossime energie, anche attraverso un concorso di idee. Nei dieci giorni della manifestazione sono stati riempiti complessivamente oltre 50mila calici di vino, lo considero un successo vista l'incognita della nuova sede. La Douja d'Or non è di certo una rassegna per pochi “intimi”, è un evento popolare che anche quest'anno ha attirato ad Asti migliaia di turisti, in particolare dall'area NordOvest (Torino, Milano e Genova, in testa). La nuova location a Palazzo dell'Enofila – sito recuperato in collaborazione con il Comune e la Provincia di Asti – grazie a spazi più ampi, ha consentito un maggiore afflusso di pubblico ed una maggiore godibilità degli eventi collegati. Emblematica la presenza di famiglie con bambini fino a tarda sera nello spazio giochi allestito per la prima volta. La presenza dei giovani è cresciuta in questi anni ed è difficilmente contenibile: lo spazio allestito dai 
farmacisti e dalla Polizia stradale con la distribuzione gratuita di etilometri rafforza il messaggio sul “bere bene e bere corretto” che abbiamo lanciato quest'anno anche attraverso una giovane testimonial di grande valore e impatto: la “nostra” campionessa europea di nuoto e medaglia di bronzo mondiale, Alice Franco. La Douja d'Or è una vetrina nazionale per valorizzare il vino di qualità e con esso la cultura del vino a 360 gradi. Lavoreremo per potenziare questo messaggio antitetico alla cultura dello “sballo” malamente diffusa tra i giovani. Siamo già al lavoro per migliorare la struttura dell'Enofila che così abbiamo “ereditato”: insonorizzeremo i locali e cercheremo di renderli più accoglienti con l'allestimento, interno ed esterno. A giorni assegneremo la progettazione dell'Enoteca dei vini italiani da realizzare nel cantinone, ovvero nella parte più storica dell'edificio fondato nel 1871. Nel frattempo abbiamo previsto l'apertura nei week end della cantina self service allestita in occasione della Douja d'Or. E' un modo per non spegnere i riflettori sulla manifestazione, per consentire ai turisti che visitano la città nella stagione del tartufo di poter acquistare i vini premiati, a partire dalle eccellenze astigiane. Non ultimo, è un servizio in più ai visitatori, astigiani e non, che frequentano l'Enofila in occasione di eventi e fiere commerciali programmati in questo scorcio d'autunno. Siamo aperti a tutti i contributi di idee per migliorare la manifestazione e per organizzare nel modo più funzionale ed efficace il Palazzo dei vini. Ben vengano suggerimenti e collaborazioni, specie se offerti da quanti abbiano dimostrato nei fatti di saper e voler “organizzare” nell'interesse comune del territorio e delle sue imprese.
Mario Sacco presidente della Camera di Commercio di Asti 
e della sua Azienda Speciale
Morino Gianluca ha inserito questo commento il 20-Oct-2011 12:53 PM
Una risposta quella del presidente Sacco che mi lascia letteralmente allibito. Che la Douja abbia 45 anni non ci sono dubbi, ma bisogna ancora pensarla e realizzarla così com’era quando è nata? Mi sembra che siamo nel 2011. Una serie di numeri e dati sui partecipanti ed i premi che conosciamo bene, ma che fanno rabbrividire. Come se ad una maratona di 1000 corridori ne arrivassero ben 500 su podio!!!! Anche snocciolare con apparente non chalance la spesa complessiva, come 600 mila euro fossero spiccioli. Ma con 600 mila euro abbiamo fatto solo quello che lei, Sig Presidente, mi scrive? La sinergia degli enti la auspichiamo anche noi produttori ma non certo per spendere certe cifre in cambio di risultati ininfluenti sulla promozione dei nostri vini e del nostro
territorio. Stendiamo un velo pietoso sulla nuova location. Con tutte le dimore storiche e la bellezza delle nostre colline, andiamo a fare un’enoteca e una manifestazione li dentro? E che dire dell’indignazione dei ristoratori che hanno partecipato alla Douja, costretti a presentare la loro arte in un capannone spoglio su uno squallido battuto di cemento? Ma queste sono solo delle note a lato del problema principale: serve un concorso di idee per sapere quali siano i nuovi canali comunicativi? Presidente siamo alle porte del 2012, e il mondo ha tutt’altra velocità, e noi astigiani bradipi a pensare ad un concorso ormai antistorico. A noi produttori non interessa di chi sia il patrocinio né i politici che hanno collaborato al progetto (perchè farebbero una magra figura). 
A noi produttori interessano i risultati. Risultati che, senza strategia e senza focus precisi, non arriveranno mai. Mi faccia capire Sig. Presidente per lei 3800 visualizzazioni su youtube degli innumerevoli video è un dato a cui dare risalto? Per quanto riguarda invece l’apertura dell’enoteca permanente della Douja mi associo all’esclamazione fatta da Michele Chiarlo, il sabato del convegno MonferratoExpo 2015: sarà un fallimento.Noi produttori auspichiamo davvero ci possa essere un netto cambio di rotta anche per non sentire scomode risposte come è successo a qualcuno di noi negli uffici della CCIAA con impiegati che quando abbiamo chiesto risorse per aderire a manifestazioni nazionali ed estere ci hanno chiarito: “eh no sa, tutti i fondi sono destinati alla 
Douja….”
Gianluca Morino Cascina Garitina

L'unione europea ha deciso: il vino biologico esiste

La decisione che disincaglia il percorso del vino “biologico” è giunta da Bruxelles l’8 febbraio. Il regolamento che, dopo anni di studi tecnici, discussioni e veti incrociati sembrava destinato a fare la fine della nave Concordia all’Isola del Giglio, sta invece arrivando in porto con la prossima pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della UE. Come noto fino ad oggi non si poteva scrivere “biologico” in etichetta ma solo “da uve da agricoltura biologica”, perché la fase di trasformazione non era regolamentata. Lo scoglio dei limiti di solfiti, punto cruciale della discussione, è stato superato con un compromesso al ribasso, o al rialzo, a seconda dei punti di vista. Infatti i paesi del nord volevano limiti invariati rispetto al convenzionale, i paesi mediterranei proponevano la metà (e per molti produttori era già troppo), alla fine si è tagliato il bambino a metà con una riduzione di circa il 25%. Un comunicato stampa dell’Unione spiega, in attesa del testo ufficiale, cheil tenore massimo di solfito per il vino rosso è fissato a 100 mg per litro (150 mg/l per il vino convenzionale) e per il vino bianco/rosé a 150mg/l (200 mg/l per il vino convenzionale), con un differenziale di 30mg/l quando il tenore di zucchero residuo è superiore a 2 g/l. I produttori biologici e biodinamici più radicali lo considerano un tradimento. A mio avviso invece è meglio il compromesso che nulla, tanto, come abbiamo scritto altre volte a proposito dei disciplinari delle DOC, la qualità non si fa per legge ma per volontà delle imprese, le legge fissa solo dei canoni minimi. Una leggenda che va sfatata è che ai vini del nord serva più solforosa per motivi climatici: è vero il contrario. i vini hanno acidità più alta, quindi la SO2 è molto più attiva che nei vini del sud, perché il pH più basso ne favorisce la dissociazione nella forma molecolare, quella più attiva. Perché allora le barricate della Germania e di altri paesi del Nord? Non sarà, per caso, perché i commercianti del nord vogliono imbottigliare il vino a casa loro, e muovere del vino in cisterne con bassi livelli di SO2 è rischioso per la stabilità del prodotto? Così il valore aggiunto del prodotto confezionato lo perdiamo noi e se lo tengono loro. Pensar male è male ma, si sa, spesso si indovina. 
Oltre al tradimento sui solfiti alcuni produttori biologici, biodinamici, “naturali” contestano tutta una serie di coadiuvanti e additivi ammessi per il vino biologico. Una posizione comprensibile da parte di chi si vanta di produrre vino “solo con l’uva” e vorrebbe quindi regole più severe. Ma, d’altra parte, tutta la normativa sull’agricoltura biologica si ispira ad un unico, semplice criterio: l’esclusione delle molecole di sintesi. Quindi tutto ciò che è di origine naturale (vegetale, animale o minerale), e autorizzato sulla rispettiva coltura, di fatto è ammesso. Chiarificanti minerali e organici, lieviti selezionati, enzimi, tannini etc. rientrano nel gruppo quindi una loro esclusione non avrebbe avuto giustificazione ai sensi della normativa quadro. Spetta ai produttori darsi, eventualmente, regole più severe. Definire in modo più preciso, ad esempio, cosa si intenda per “vino naturale” non sarebbe male, perché se è vero che esiste un mercato per questo prodotto, è anche vero che i consumatori avrebbero il diritto di sapere cosa vuol dire. Un codice di autodisciplina forse sarebbe più indicato di una legge, ma sarebbe monco senza un sistema di certificazione e di controllo (come esiste per il bio), ed è comprensibile che molti produttori, piuttosto che infilarsi nell'ennesimo ginepraio burocratico, preferiscano puntare sul rapporto fiduciario con i clienti, mettendoci “la faccia”. Basterà? Se il mercato rimarrà molto piccolo e non intermediato, forse: altrimenti no. Già qualcuno va oltre: ad esempio l’associazione Vin Natur effettua analisi multi-residuali per gli agrofarmaci a tutti gli associati.
Seguire una propria etica produttiva, più stringente di quella dei regolamenti ufficiali, esserne orgogliosi, darne conto nella propria comunicazione aziendale, purché veritiera, è lecito e opportuno, come è giusto andare incontro ad una richiesta di mercato sempre più sensibile ai temi del “sostenibile”: non è lecito invece mandare messaggi fuorvianti del tipo “noi facciamo vini buoni e che fanno bene, tutti gli altri vi avvelenano”. Prima di tutto perché non è vero, e questo basterebbe; in secondo luogo perché chi parla male degli altri in modo generico e superficiale, illudendosi di ricavarne un vantaggio competitivo, danneggia tutto il settore e in ultima analisi anche se stesso. Ho sentito distrattamente in una popolare trasmissione radiofonica un ascoltatore, non so se produttore (ma lo temo), che seminava il panico parlando di “novanta additivi" utilizzabili nel vino! Non li ho mai contati, se per additivi si intende tutto, compresi i prodotti naturali come la bentonite e la gelatina (che tra l’altro non sono additivi) e le diverse formulazioni di uno stesso prodotto, forse sarà vero, anche se su un singolo vino di solito se ne usano tre o quattro al massimo e per lo più naturali: ma buttando quel numero così, in pasto ad ascoltatori non esperti, sembra che diamo da bere alla gente un cocktail di veleni!
Il confronto a tutto campo tra produttori su questioni che riguardano l'etica e la salute è sempre utile è opportuno. Ma senza mai dimenticare che il vino deve difendersi quotidianamente da attacchi esterni violenti, e per difendersi la filiera ha bisogno di fare squadra. Le campagne antialcoliche e i sacrifici economici imposti al settore bastano e avanzano: non abbiamo bisogno anche del danno e della beffa del “fuoco amico”.

Commenti
Anonimo ha inserito questo commento il 17-Feb-2012 08:51 AM
ho fatto una verifica sul numero degli "additivi" consentiti in Italia. Lasciando perdere per ovvi motivi i gas inerti, l'ossigeno etc., mi risultano 35, a cui si aggiungono una ventina di coadiuvanti di chiarifica e filtrazione. In massima parte sono 
sostanze naturali, poi ci sono acidi organici presenti già nel vino (tartarico, malico, lattico citrico) e alcuni sali minerali. Pochissime sono molecole di sintesi. tanto per chiarezza.