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Il blog di Millevigne, il periodico dei viticoltori italiani diretto da Maurizio Gily.

Biondi Santi: si scrive partnership, si legge vendita

In un comunicato pervenuto solo in inglese l’azienda Biondi Santi comunica di aver siglato una “partnership di capitali e strategica” con la società francese EPI, di proprietà della famiglia Descours, già proprietaria di importanti marchi di Champagne, Charles Heidsieck e Piper-Heidsieck, e della tenuta Château La Verrerie nel Rodano.
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Marchi collettivi, siamo alla privatizzazione delle DOC?

Ho ricevuto nei giorni scorsi una comunicazione dell’associazione Vinaioli di Castellinaldo, una delle più conosciute e consolidate esperienze associative tra vignaioli che da anni opera in questo piccolo paese del Roero. Il titolo del comunicato è “Castellinaldo®,il marchio collettivo per la Barbera d’Alba”. Cito: “nei mesi scorsi (…) il gruppo associato dei produttori ha deciso di affidarsi al marchio collettivo “Castellinaldo®” per dare ufficialità al lavoro e caratterizzare con ancora più forza le bottiglie di Barbera d’Alba prodotte nelle vigne di questo paese e su poche colline intorno.Il marchio collettivo “Castellinaldo®” è stato depositato il 7 ottobre scorso. D’ora in poi chi vorrà produrre il vino Castellinaldo Barbera d’Alba dovrà rispettare le norme più restrittive del suo Regolamento ed essere aderente alla Vinaioli di Castellinaldo, titolare del marchio”. Le “regole” riguardano zona di produzione delle uve (intero territorio del comune di Castellinaldo d’Alba e in parte dei territori dei comuni…
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L'elefante e la formica

Pinot Grigio delle Venezie e Piemonte Nebbiolo sono denominazioni di origine che hanno due cose in comune: la prima è che non esistono ancora, ma se ne parla molto: la seconda è che tra favorevoli e contrari volano gli stracci.
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Vino a scuola?

Fa discutere sulla stampa di settore e sul web la proposta del Senatore Dario Stefano, già assessore all’Agricoltura della Regione Puglia, di introdurre nella scuola una materia di “cultura del vino”. C’è un disegno di legge (ddl 2254/16) a sua firma, per l’istituzione dell’insegnamento obbligatorio della disciplina “Storia e civiltà del vino” in tutte le scuole primarie e secondarie. Perché, spiega, “L’Italia è da sempre la patria del vino, e la nostra stessa storia è intrecciata con quella del vino”. Affermazioni indiscutibili, che hanno in generale suscitato consensi tra i produttori. I motivi per cui, tuttavia, a me non pare una buona idea sono i seguenti: Il vino è sicuramente un elemento basilare della nostra cultura alimentare, quello più ricco di storia e di valori simbolici e culturali e forse anche di bagaglio scientifico. Ma non è, ovviamente, l’unico. Lo sono anche il pane, la pasta, l’olio, i formaggi, i…
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vino vegano: breaking news

Il vino vegano da abbinare a carni rosse del produttore Pizzolato di cui già mi ero occupato non è nulla al confronto di questa notizia: LINK: Montalbera produrrà solo vino vegano I proprietari di Montalbera, la famiglia Morando, vantano una lunga storia nella mangimistica. Tra cui mangimi per cani e gatti fatti con scarti (anzi, chiamiamole parti meno nobili) della macellazione. Quella del vino vegano è una scelta che non ha nulla di commerciale, quindi, ma nasce da puro sentire... 
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Il vino vegano da abbinare a carni rosse

Lo confesso, cerco di praticare la tolleranza, ma non ho grande simpatia per il veganismo (da non confondere in nessun modo con il vegetarianismo, che rifiuta la carne ma non altri prodotti di origine animale che non comportino l'uccisione di animali terrestri, come latte e derivati e uova, per alcuni anche pesce). Nulla da obiettare se il veganismo viene praticato da persone adulte e consapevoli, per motivi ideologici e di coscienza. Obietto fortemente invece quando si pretende di assegnare alla dottrina una dignità scientifica, che non ha (nessun primate antropomorfo è vegano), o quando viene imposta a bambini (chiamate telefono azzurro, è malnutrizione) o addirittura al gatto (spero che alla prima proposta di crema di cereali, prima di scappare dalla finestra per non tornare mai più, vi sfregi il volto con gli artigli). Ora c'è pure chi propone il vino vegan. Personalmente mi vergognerei, ma capisco che dove esiste una…
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Manzoni e la Xylella

“E non paia strano di vedere un tribunale farsi seguace ed emulo d’una o di due donnicciole; giacché, quando s’è per la strada della passione, è naturale che i più ciechi guidino”. Questo passo tratto da "Storia della colonna infame" di Alessandro Manzoni è stato citato, molto a proposito, da Luciano Capone su "Il Foglio" a proposito della vicenda Xylella e dell'indagine della procura di Lecce. Non credo di dover aggiungere altro, salvo consigliare la lettura dell'intera opera (rassicurando sulla sua brevità), che parla della condanna a morte di due presunti untori, ovviamente innocenti, durante la peste di Milano del seicento. Potete comprarla su Amazon a questo LINK, la versione digitale è gratis. 
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Ah, non conoscete il Recioto. Continuiamo così, facciamoci del male

"Cioè, praticamente lei non ha mai assaggiato la Sachertorte. Continuiamo così, facciamoci del male". La scena cult del film "Bianca" di Nanni Moretti è quella che mi sovviene e mi resta in mente al termine della degustazione di ben sette versioni di Recioto, proposta dagli amici della cantina di Negrar in Valpolicella, dove il recioto è nato svariati secoli prima del suo discendente oggi più famoso: l'Amarone, battezzato nel 1936 proprio presso la cantina della Valpolicella, frutto di uno di quei dispetti microbiologici, tipici dei lieviti, che a volte fanno miracoli: fermentare quando non devono (nascita dell'Amarone), non fermentare quando devono (nascita dell'Asti spumante).A proposito del recioto, non si capisce come un vino tanto buono e con tanta storia alle spalle possa essere così poco conosciuto e apprezzato al di fuori del Veneto. Io stesso prima dello scorso settembre non ne conoscevo tutte le sfaccettatura, ignoravo ad esempio che esistesse…
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Vitigno, una gabbia troppo stretta?

Non è la specie più forte a sopravvivere, e nemmeno quella più intelligente ma la specie che risponde meglio al cambiamento. C. Darwin Tutta la normativa europea sul vino, dalle autorizzazioni alla coltivazione nelle varie regioni ai disciplinari di produzione delle DOP, si basa sul concetto di "vitigno". Un vitigno è la progenie di un singolo seme, moltiplicata esclusivamente per via vegetativa al fine di conservarne intatto il genoma. Ma intatto non è la parola giusta perché mutazioni gemmarie spontanee portano, nel tempo, ad una certa variabilità detta intravarietale, a volte notevole, come quella che ha portato a differenziare i vari Pinot sulla base del colore, tanto da essere considerate varietà distinte. Per questo i vitigni che al loro interno mostrano una maggiore variabilità sono indiziati come i più antichi, in quanto hanno avuto più tempo per differenziare biotipi molteplici. La selezione clonale in fondo non fa che percorrere il…
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Il modo per sapere l’origine esiste, si chiama DOP

La battaglia per una normativa europea che imponga l’obbligo di indicare in etichetta, senza finzioni e stratagemmi, l’origine almeno di alcuni alimenti semplici, con un solo componente, come l’olio etravergine, il latte, la passata di pomodoro, è destinata, temo, alla sconfitta. La lobby dell’industria alimentare è potente, e non si creda che tutte le aziende più piccole, comprese molte che si definiscono artigiane, vedano di buon occhio questa eventualità. Disegnarla come una battaglia del grande contro il piccolo non è sbagliato ma è una semplificazione, la realtà è più complessa. L’indicazione dell’origine non è una credenziale di qualità: non è detto che un latte sia migliore perché è italiano, può essere vero il contrario. Ma è trasparenza verso il consumatore, che in questo modo potrà scegliere sulla base delle sue convinzioni, della sua cultura alimentare, e anche, perché no, delle sue scelte politiche, nel senso che comprare un prodotto nazionale,…
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Vignaiolo Vespa, lascia che ti spieghi

Basta avere una vigna e una bottiglia con il proprio nome in etichetta per definirsi vignaiolo? Parrebbe la classica questione di lana caprina, e tale sicuramente pare a Bruno Vespa, diventato di recente anche produttore di vino, con l’originale scelta di Riccardo Cotarella come consulente enologico. Il noto giornalista televisivo è stato recentemente canzonato da alcuni “viticoltori digitali” su twitter per la scelta dell’account @VespaVignaioli. Il messaggio è chiaro: tu sei un giornalista con l’hobby del vino, non vai a potare, a zappare e a dare il verderame, ergo non sei un vignaiolo ma al massimo un gentiluomo di campagna a part-time. Con ottime relazioni personali che probabilmente ti renderanno più facile la cosa più difficile del vino, cioè venderlo. Vespa (ma è davvero lui che twitta?) non l’ha presa bene e ha risposto piccato, con accuse di enosnobbismo (questa è bella), astio e livore. Personalmente non ho notato nessuna…
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Lamento del pennivendolo

Ill.mo presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania Dr. Ottavio Lucarelli Egregio presidente Sono un agronomo specializzato in viticoltura ed enologia e giornalista pubblicista iscritto all’ordine del Piemonte. Dirigo una rivista di divulgazione tecnico-scientifica rivolta alla filiera del vino, “Millevigne” particolarmente focalizzata sui temi della produzione sostenibile. (Questa lettere è ora ospitata sul blog del sito www.millevigne.it) Leggo su una “testata giornalistica in attesa di registrazione”, Natural Food and Wine, a firma di tal Gianluigi Carlino, direttore responsabile, un post contenente non solo svariati grossolani errori sul piano tecnico (come gli esilaranti “lieviti sintetici” che fanno pensare alle bustine per fare i biscotti), ma soprattutto affermazioni molto sgradevoli verso i colleghi. Questo è il link: http://www.naturalfoodandwine.com/index.php/articoli/Il-Vino-Naturale:-considerazioni-acritiche-moti-carbonari-e-la-merde.. L’autore non si limita ad esprimere legittime, per quanto stravaganti, opinioni, ma si spinge a bollare la categoria dei critici enologici, quanto meno la sua maggioranza, con tali parole: “E' un sistema che si regge…
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Barolo boys, fu vera rivoluzione?

Prima di parlare della rivoluzione dei "Barolo boys", titolo di questo bel “docu-film” di Paolo Casalis e Tiziano Gaia, occorre una premessa. Se i Galli di Asterix hanno una sola paura, che il cielo gli cada sulla testa, i Galli Piemontesi ne hanno un’altra: che qualcosa o qualcuno possa arrivare di colpo a cambiare le loro abitudini. In altre zone d’Italia, ma pure in Francia e in Spagna, negli anni ’80 e ’90, giovani produttori (e anche meno giovani) attuavano in cantina cambiamenti importanti per modificare il gusto dei vini in senso più “moderno”, riducendo le rese in vigna, attuando macerazioni brevi e intense, usando in modo estremo, fino al caricaturale, il rovere nuovo e il legno piccolo. Ovunque ci fu chi disapprovava, ma solo nella Langa questo movimento accese un acerrimo conflitto generazionale, ai confini della guerra di religione: l’aggregazione di un gruppo di giovani intorno a un progetto…
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Norme sull'etichettatura, un gran pasticcio

"Ribellarsi è giusto!" è il titolo di un libro di Jean Paul Sartre. Lo stesso pensiero attraversa i territori del vino italiano colpiti dall'ennesimo caso di stupidità burocratico-normativa. Per non entrare in conflitto con la tutela delle DOP, i produttori dovrebbero evitare di "nominare invano" il nome della loro regione non sull'etichetta vera e propria, come già è oggi, ma anche su altri materiali di comunicazione, depliant, siti internet ogni volta che tale nome corrisponde a una DOP o è parte di una DOP. Per esempio, non posso scrivere che la mia azienda è nelle Langhe perché è il nome di una DOP. Questo secondo le norme del regolamento europeo 1308/2014 sull'etichettatura, o, per lo meno, secondo un'interpretazione restrittiva dello stesso: e sappiamo bene che l'interpretazione restrittiva è sempre quella preferita da una burocrazia per la quale flessibilità vorrebbe dire assunzione di responsabilità: e non sia mai. La Federazione Italiana…
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la tragedia di Refrontolo e il ritorno dei pataccari

Molinetto della Croda, comune di Refrontolo, zona del Prosecco. Una festa di paese organizzata in un luogo insicuro, praticamente nell'alveo di un torrente, già lambito da un'alluvione in febbraio; e questo in presenza di previsioni del tempo minacciose e con un suolo già impregnato di acqua dalle abbondanti piogge dei giorni precedenti. Nessuno temeva il peggio, ma il peggio è arrivato e si è portato via quattro vite, con la piena improvvisa del torrente Lierza. Mi aspettavo da parte dei media una condanna della superficialità con la quale le autorità preposte hanno ritenuto quell'area "sicura". Se per pervenire a questa brillante conclusione il Comune ha consultato un geologo, vorrei conoscerlo e guardarlo nelle palle degli occhi: ma forse non lo ha ritenuto necessario. Mi aspettavo, dunque, che si spendesse qualche parola su come la prima e più importante forma di prevenzione sia quella di "non esserci", da parte dell'uomo, nelle…
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