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L'elefante e la formica

Pinot Grigio delle Venezie e Piemonte Nebbiolo sono denominazioni di origine che hanno due cose in comune: la prima è che non esistono ancora, ma se ne parla molto: la seconda è che tra favorevoli e contrari volano gli stracci.

Per il resto, in comune non hanno proprio nulla, e non solo perché uno è bianco e l’altro è rosso: Piemonte Nebbiolo andrebbe a “coprire” e tutelare i vini prodotti in Piemonte da questo vitigno al di fuori delle zone classiche delle Langhe, del Roero e dell’Alto Piemonte, cioè principalmente l’Astigiano, il Monferrato e il Tortonese. Si tratta ad oggi di poche centinaia di ettari (difficile il conto esatto), in moderata espansione. La DOP delle Venezie, al contrario, si caratterizza per il suo gigantismo, poiché comprenderebbe tutto il Nord Est (meno l’Alto Adige), con 19.000 ettari, di cui circa 10.000 in Veneto, 6000 in Friuli e Venezia Giulia e 3000 in Trentino.  Ma non è finita perché ci sarebbe anche il Bianco delle Venezie nel quale confluirebbero altri vitigni (e superi di altre DOP, secondo chi pensa male).

Piemonte Nebbiolo dovrebbe essere riservata a un vino di gamma medio-alta, con basse rese e parametri qualitativi elevati, come richiede, in un certo senso, la nobiltà del vitigno.

Non che il Pinot grigio non sia nobile, ma in questo caso si tratta di uno dei vini “varietali” italiani (sotto diverse denominazione, DOP e IGP) di maggior successo al mondo, un successo che si concretizza nei numeri che abbiamo citato prima e in oltre duecento milioni di bottiglie, in una fascia di prezzo molto ampia, ma in generale soddisfacente per i produttori. In buona parte si parla di vigneti molto produttivi: l’attuale IGP delle Venezia consente di produrre 190 quintali per ettaro più i superi.

 La DOP (DOC) delle Venezie, pro e contro

Una DOP di grandi, grandissime dimensioni, sovraregionale, con elevati massimali produttivi (18 ton/ha) appare a molti un’omologazione eccessiva rispetto a territori molto diversi tra loro e quindi uno snaturamento del concetto di denominazione di origine. Tra l’altro il testo che circola in modo semi-clandestino (ma è il classico segreto di Pulcinella) definisce l’area di coltivazione come “le intere regioni” senza alcun criterio di ulteriore zonazione, per cui, se non ha capito male, si potrebbero iscrivere all’albo della DOP vigneti impiantati da Cortina d’Ampezzo fino al delta del Po. Se ho capito male sarò grato a chi me lo segnala.

D’altra parte il successo del Prosecco, la cui denominazione è frutto di un’operazione molto simile, sta a testimoniare che una gran parte del mercato, quando il prodotto piace, è in grado di apprezzare un messaggio “semplificatorio” di questo tipo. E questo precedente ha pesato molto, a ragione o a torto, nella discussione sulla nuova DOP.

Un motivo che viene portato a sostegno della proposta DOP delle Venezie, che andrebbe a sostituire la IGP, attualmente con lo stesso nome e con massimali produttivi ancora più alti, è la necessità di tutelare meglio il prodotto da frodi commerciali (sul Pinot grigio la storia recente ne è molto ricca), anche attraverso l’utilizzo della fascetta numerata di stato. Il che, da una parte, dimostra che la fiducia della filiera nella possibilità di garantire l’origine sui vini IGP (IGT) è molto scarsa; dall’altra evidenzia il timore che la fase espansiva della domanda possa non durare in eterno, e sia quindi necessario dotare il sistema di strumenti più efficaci di gestione e controllo dell’offerta.

La nuova DOP si andrà a sovrapporre territorialmente a quelle esistenti (o in procinto di nascere come Friuli): Trentino, Valdadige, Venezia, Colli Orientali, Grave, Isonzo, tutte con vincoli molto più stretti (fino ai 110 quintali/ettaro per il Collio e altre) andando a costituire di fatto una DOP “di ricaduta”. Tra i produttori storici di queste denominazioni c’è chi vede la nuova DOP come un’opportunità di qualificazione per le zone più vocate, attraverso una segmentazione del mercato, e chi la vede invece come una minaccia che spingerà al ribasso i prezzi, la qualità e la percezione del Pinot grigio da parte del consumatore. Tra questi il presidente dei Vignaioli del Trentino Lorenzo Cesconi: “Noi il nostro parere contrario lo avevamo dato, si è preferito omologare la nostra produzione a quella industriale tipica della pianura. Fatico a comprenderne il senso: il Veneto produce dieci volte il vino che produciamo noi, quale può essere l’utilità di accodarsi? (da “Il Corriere del Trentino” 16 febbraio 2016)”. I Vignaioli accusano la cooperazione, ma in Trentino non tutti la pensano come Cesconi, e non solo nel mondo cooperativo. “Questa nuova DOC, se usata bene, può essere una manna dal cielo per il Trentino. Perché libera la DOC territoriale (il castello varietale e zonale della DOC TRENTINO) dall’incubo del Pinot Grigio industriale e crea le condizioni per una ristrutturazione profonda del sistema vitivinicolo locale” Scrive “Ghino di Tappo”, alias Tiziano Bianchi, su Trentino Wine Blog. E la pensa forse allo stesso modo il viticoltore trentino che, come presidente di un’associazione temporanea di scopo, ha lavorato per la nuova DOP, Albino Armani.

C’è poi chi teme, al contrario, almeno nelle zone più produttive di pianura, che la nuova DOP possa trasformarsi in un boomerang per i produttori, in quanto non sarà possibile ribaltare sul prezzo finale i maggiori costi derivanti dal passaggio da IGP a DOP. A questo proposito consiglio di leggere questo articolo di Lorenzo Biscontin, un esperto di marketing vero tra i molti sedicenti in circolazione.

In ogni caso il 30 agosto a Verona si terrà una riunione tra le parti che dovrebbe siglare l’accordo sul testo della nuova denominazione.

Nel totale rispetto di ciò che decideranno mi permetterei modestamente di suggerire, nella stesura definitiva, di evitare almeno la frase di rito “è vietata ogni forma di forzatura” perché abbinata a tali massimali di produzioni sarebbe motivo di una certa ilarità.

Piemonte Nebbiolo

Il vitigno più famoso del Piemonte gode nella regione di una sorta di “riserva del nome” per le denominazioni delle Langhe e del Roero, una sorta di monopolio che i produttori di quelle zone non sono molto disponibili a rompere (in verità esiste anche un Canavese Nebbiolo ma ad Alba forse nessuno se ne era accorto).
Quando fu istituita la DOC Piemonte (non ci sono IGT in questa regione) il vitigno Nebbiolo fu escluso da quelli che si possono citare in etichetta in abbinamento a Piemonte. Una forma di protezionismo che venne giustificata con il fatto che Piemonte era nata come una DOC “di ricaduta” e che questo non avrebbe giovato all’immagine del vitigno e delle DOP che ne portano il nome (Nebbiolo d’Alba e Langhe Nebbiolo).
Motivazione valida: ma nulla avrebbe vietato, come nulla vieta tuttora, di fissare parametri produttivi e qualitativi elevati per i vini a base Nebbiolo prodotti nel resto del Piemonte: come si è fatto, ad esempio, per la DOC Piemonte Albarossa sulla quale, essendo un vitigno relativamente “nuovo” (frutto di incrocio) nessuno poteva vantare monopoli o primogeniture. In verità ci fu anche chi si oppose a questa, con la motivazione piuttosto risibile che Albarossa echeggia il nome della città di Alba...

Il Consorzio del Barbera d’Asti e vini del Monferrato ha presentato nei giorni scorsi una proposta di modifica del disciplinare Piemonte che prevede, tra molte altre cose, il Piemonte Nebbiolo, con regole che ricalcano in buona parte quelle del Langhe Nebbiolo. Un insieme di norme discusse e approvate dall’assemblea consortile ma giudicate nel complesso troppo blande (100 metri di altitudine, 100 quintali/ha, 11 gradi minimi naturali, possibilità del taglio al 15%) non solo dai vignaioli albesi ma anche da molti di coloro che nell’Astigiano e nel Monferrato potrebbero usufruire della nuova denominazione.

Una bozza alternativa è stata proposta, a seguito di un consulto anche via social network (e non c’è da sorridere, sono opportunità di confronto democratico che un tempo non c’erano e che vanno utilizzate, e che magari anche i Consorzi di tutela potrebbero imparare prima di spedire il piatto pronto dalla cucina) dal professore di diritto e produttore Michele Fino, attivo all’interno della FIVI.

Sul merito di queste bozze non entro, si è aperta una discussione vivace ma nel complesso costruttiva, che sicuramente troverà spazio nel Comitato Vinicolo Regionale, e si spera che possa portare ad un testo soddisfacente per una larga maggioranza (per tutti sarebbe “mission impossible”).

Quello che però mi sento di sostenere è che la pretesa che il nome Nebbiolo non possa essere usato in Piemonte al di fuori di una certa area non è accettabile, per diversi motivi:
- la presenza del Nebbiolo, vitigno di quasi certa origine alpina (Schneider), in tutto il Piemonte, oltre che in Val d’Aosta e sulle prealpi lombarde, è storicamente accertata e documentata. Non c’è nessuna forma di “parassitismo” verso altre aree del Piemonte nella richiesta di poterlo chiamare col suo nome.
- Il Nebbiolo è ormai una varietà internazionale, che si coltiva e si chiama con il suo nome dalla California al Sudafrica all’Australia, molte regioni d’Italia lo hanno introdotto tra i vitigni autorizzati e alcune consentono di usare il nome di vitigno su IGP e DOP (Nebiolo di Luras in Sardegna: c'è che sostiene che non sia neppure lo stesso vitigno ma su questo non ho notizie precise. Chi le avesse può commentare il post e gli saremo grati). Non poterlo fare in Piemonte suona assurdo. In linea generale la pretesa di proteggere i nomi di vitigno può avere senso in casi di piccole produzioni molto circoscritte, ma non è questo il caso. I territori si tutelano dalle imitazioni con la denominazione geografica: le varietà vegetali sono un patrimonio dell’umanità. E’ quello che ho sempre sostenuto e non cambio idea.

Per contro è anche vero che, per lo stesso motivo, l’utilizzo del nome di vitigno nelle denominazioni di origine, che è una prerogativa molto italiana e soprattutto di alcune regioni, presta il fianco a critiche: ma è la denominazione di punta di un territorio, quella che maggiormente lo identifica, a poter vantaggiosamente rinunciare al nome di vitigno (Barolo, Nizza, Gavi...), e non è questo il caso del Nebbiolo ad Asti e Alessandria: e comunque l’uso del nome di vitigno abbinato al nome di un territorio è una tradizione che in molti casi, e il caso del Nebbiolo è uno di questi,  “funziona”. Tanto è vero che nella Langa e nel Roero i produttori puntano molto più sulla denominazione Nebbiolo d’Alba che non su Langhe e Roero, per il banale motivo che è un nome più noto e valorizzato, in altre parole il vino è più facile da vendere.  

Commenti  

 
#3 anna Schneider 2016-09-14 20:03
Ciao Maurizio,
sono d'accordo con te sul tema Nebbiolo Piemonte, ma pare che non tutti la pensino così. Nebbiolo di Luras e Colli del Limbara: si tratta di Dolcetto, che come sai ha il nome locale di Nibiò nell'Alessandri no da cui e probabile sia stato esportato nel passato il Nebbiolo finito in Sardegna.
 
 
#2 Jeremy Parzen 2016-08-31 15:23
Il sacro e il profano...
 
 
#1 paolo maciot 2016-08-30 14:22
Approvo in pieno la linea dell'editoriale . Difficile da capire l'eventuale "protezionismo" degli Albesi.....non hanno bisogno di difendersi da nessuno!
con simpatia.
Paolo
 

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