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Uscire dalla DOC? Non conviene, ma…

La ribellione è in atto. Per ora solo sparute avanguardie, ma se l'incendio divampasse?

Un mondo diviso a metà: da una parte nuove e vecchie cordate per lo più fatte non da produttori ma da sindaci, presidenti di camere di commercio e altri amministratori pubblici a proporre nuove DOP (DOC o DOCG), piccole o piccolissime, come se di DOC inutili non ne avessimo abbastanza.

Dall’altra produttori sempre più delusi, in rotta con i consorzi di tutela, con le commissioni di degustazione, con gli enti certificatori, con la burocrazia in genere che scelgono di “sbattezzare” i loro vini, non di rado con il beneplacito di alcuni distributori e importatori, in particolare nel segmento dei vini “naturali” (con dispiacere di qualcuno insisto nell’usare le virgolette, dato che il vino non esiste in natura).

Viene da chiedersi se da questo caos possa nascere qualcosa di buono o no, ad esempio una riorganizzazione complessiva del sistema. Ma la realtà non induce all’ottimismo in tal senso.

Le ragioni di chi è stufo sono in parte comprensibili e condivisibili, in parte no. I disciplinari sono spesso vecchi e inadeguati alla realtà attuale di produzione e di clima: un esempio, le acidità fisse minime, che costringono a volte i produttori a manipolare i vini con acidificanti (legittimi) per rientrare nei parametri oppure a rinunciare alla DOP. Più delicata la questione dei vini “naturali”, che presentano talvolta (non sempre, anzi alcuni sono eccellenti) caratteri poco accettabili per una commissione di degustazione, che ha il compito non di omologare, ma di scartare i vini con palesi deviazioni organolettiche; così come dovrebbe scartare vini nei quali né le varietà né i territori risultano più riconoscibili a causa di tecnologie troppo ardite e invasive.  E’ un compito arduo, quello di queste commissioni, mentre è molto facile (ma talvolta anche giusto) criticarle.

A fare un vino senza l’ombrello della DOC non c’è nulla di male, anzi è la strada maestra per chi vuole proporre un vino fuori dagli schemi, nella massima libertà di mezzi utilizzati (purché leciti, va da sé) che abbia l’impronta del suo “creatore” più che quella del territorio o della varietà: con legittima soddisfazione del notevole “ego” di alcuni produttori. Alcuni dei quali amano chiacchierare di “territorio, valorizzare il territorio, vendere il territorio” salvo poi cancellare il territorio dall’etichetta.

Per contro bisogna riconoscere che ci sono territori il cui nome è un “brand” forte, più di un grande marchio privato, e altri che non hanno questo appeal. Nessuno rinuncia al nome Barolo o Brunello di Montalcino o Cartizze, a meno che non vi sia costretto da una bocciatura.  Questo dovrebbe far riflettere sul valore effettivo di tutte le denominazioni che abbiamo creato e magari provare a ripensarne un certo numero. Le scuse non reggono: una denominazione che i produttori, anche pochi di loro, scelgono di abbandonare declassando a vino rosso o bianco il loro prodotto, senza che abbia motivi tecnici per essere escluso, è una denominazione che ha fallito. Chi ha il compito di gestire la denominazione, cioè i consorzi di tutela (sempre che esistano, e dove non esistono è la conferma del fallimento), dovrebbero prenderne atto con la necessaria umiltà, perché è un segnale di allarme grave, che potrebbe precedere una vera disfatta. Già si sente parlare di marchi collettivi privati, nomi frutto di stratagemmi in cui il territorio faccia capolino senza confliggere con le DOP, governati da nuove e diverse discipline. Se questo non è ancora successo nella realtà è solo perché da una parte, malgrado tutto, vendere un vino di qualità senza una denominazione geografica ufficiale è comunque meno facile di quello che credono certi produttori (e qualcuno ha già avuto modo di accorgersene e di tornare sui suoi passi); dall’altra perché mettere d’accordo anche solo venti produttori italiani su un protocollo che non abbia valore di legge, e su un sistema di autocontrollo e di comunicazione autofinanziato, è praticamente “mission impossible”. Ma, ciò malgrado, i problemi restano.

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