Menu

Il modo per sapere l’origine esiste, si chiama DOP

La battaglia per una normativa europea che imponga l’obbligo di indicare in etichetta, senza finzioni e stratagemmi, l’origine almeno di alcuni alimenti semplici, con un solo componente, come l’olio etravergine, il latte, la passata di pomodoro, è destinata, temo, alla sconfitta. 

La lobby dell’industria alimentare è potente, e non si creda che tutte le aziende più piccole, comprese molte che si definiscono artigiane, vedano di buon occhio questa eventualità. Disegnarla come una battaglia del grande contro il piccolo non è sbagliato ma è una semplificazione, la realtà è più complessa.
L’indicazione dell’origine non è una credenziale di qualità: non è detto che un latte sia migliore perché è italiano, può essere vero il contrario. Ma è trasparenza verso il consumatore, che in questo modo potrà scegliere sulla base delle sue convinzioni, della sua cultura alimentare, e anche, perché no, delle sue scelte politiche, nel senso che comprare un prodotto nazionale, almeno nella maggioranza dei casi, fa bene all’economia del suo paese e quindi indirettamente anche a lui, e fa bene all’ambiente perché di solito riduce la lunghezza dei trasporti.
Un aspetto che molti non considerano però è quello del come garantire, quando anche una tale normativa esistesse, che sia effettivamente rispettata. Non pochi tra coloro che propugnano l’origine in etichetta manifestano, contemporaneamente, allergia ai controlli, agli organi e ai sistemi di controllo e di certificazione, alle spese e al dispendio di tempo che ne derivano. Anche se in Italia siamo maestri assoluti nel complicare, in questo senso, ciò che potrebbe essere fatto in modo più semplice, d’altro canto bisogna ammettere che non può esistere una certificazione ufficiale seria che non preveda anche una sua validazione.
Mentre la battaglia prosegue dobbiamo ricordare che il modo per tracciare l’origine dei prodotti esiste, e si chiama Denominazione di Origine Protetta (DOP), assai più che Indicazione Geografica Protetta (IGP), sigla quest’ultima che appare spesso come una mezza presa in giro visto che obbliga al rispetto dell’origine (a contrario della DOP) solo per una parte della filiera, per cui la Bresaola della Valtellina IGP si fa normalmente e del tutto legalmente con carni congelate sudamericane. I consumatori non conoscono abbastanza la sigla DOP e il logo che la contraddistingue, mentre per il vino, dove la DOC esiste ormai da cinquant’anni, il sistema non funziona certo alla perfezione, è pieno di difetti, ma tutto sommato il suo lavoro lo fa e il consumatore gli riconosce un valore. Sarebbe bene che le organizzazioni agricole si dessero maggiormente da fare per far conoscere questo sistema di certificazione, per ampliarlo, per convincere sempre più produttori che questa è l’unica strada al momento percorribile. Sarebbero assai utili DOP di dimensioni maggiori, a livello regionale, quindi più comprensibili al consumatore, almeno per prodotti di base come il latte e l’olio extravergine, come già si è fatto per le DOC vinicole (Piemonte, Sicilia). Su questo punto sappiamo che ci sono richieste da parte di alcune regioni e resistenze da parte di funzionari ministeriali, probabilmente anche di quelli di Bruxelles. Non ne comprendo il motivo profondo. Vorrei evitare di pensar male, e immaginare che sia solo una questione di cavilli, rimbalzi di competenze, interpretazioni letterali e ottuse dei regolamenti.  Ma i paesi mediterranei, che assai più di quelli del Nord hanno, a quanto pare, da guadagnare da questa battaglia sulla trasparenza, dovrebbero in primo luogo usare meglio gli strumenti che già esistono.

 

Per memoria, il logo è questo, ma senza la bandiera. Sarebbe molto utile poterla aggiungere: una DOP col tricolore vorrebbe dire, automaticamente, prodotto al 100% garantito italiano. Di sicuro in Europa molti non vedrebbero di buon occhio tutto questo colore. Diciamo spesso che l'Italia in Europa non conta abbastanza: ma dobbiamo anche dire, senza nessun eccesso patriottico, che quando i nostri produttori tirano fuori la qualità dei loro prodotti in Europa fanno paura a molti, e si vede. 

 

 

Commenti  

 
#1 franco selmin 2015-08-04 18:07
Ma di che dop stiamo parlando ? Quante dop di merlot esistono in Veneto ?
Produzione max(per la qualità ?cosa c'entra)140 qli\ha .E i restanti 80\100 qli fatti dove vanno ? sono meno "buoni" ?.Quante DOP rosso dei ... di qua,rosso dei .... di la ci sono ? Ora c'è pure la mazzetta,a carico produttori, del controllo sulle varie docg,dop,igt che certifica cosa ? Alla fine di tutto,per nostra fortuna,rimane la serietà e l'onesta di chi produce vino e fa valere il suo marchio.Tutto il resto sono costi aggiuntivi di cui facciamo volentieri a meno.
 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

__________________________________________________________________________________