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Barolo boys, fu vera rivoluzione?


Prima di parlare della rivoluzione dei "Barolo boys", titolo di questo bel “docu-film” di Paolo Casalis e Tiziano Gaia, occorre una premessa.  Se i Galli di Asterix hanno una sola paura, che il cielo gli cada sulla testa, i Galli Piemontesi ne hanno un’altra: che qualcosa o qualcuno possa arrivare di colpo a cambiare le loro abitudini. In altre zone d’Italia, ma pure in Francia e in Spagna, negli anni ’80 e ’90, giovani produttori (e anche meno giovani) attuavano in cantina cambiamenti importanti per modificare il gusto dei vini in senso più “moderno”, riducendo le rese in vigna, attuando macerazioni brevi e intense, usando in modo estremo, fino al caricaturale, il rovere nuovo e il legno piccolo. Ovunque ci fu chi disapprovava, ma solo nella Langa questo movimento accese un acerrimo conflitto generazionale, ai confini della guerra di religione: l’aggregazione di un gruppo di giovani intorno a un progetto comune di cambiamento, a cui si opponeva l’ostilità aperta dei “padri”. Ciascuna fazione con i suoi sostenitori, anche sul lato della critica enologica e dei consumatori italiani, perché quelli stranieri erano quasi tutti dalla parte del vino “moderno”.  La fiammata della rivoluzione è rappresentata simbolicamente, nel film, dall’accensione della motosega con cui Elio Altare disfa le grandi botti decrepite di famiglia, fatto che gli costa, insieme al diradamento dei grappoli nel vigneto, l’esclusione dall’eredità. Tanto che dovrà poi, se è vero quello che mi hanno raccontato (il film non lo dice) ricomprare i vigneti dalle sorelle.

A scatenare la rivoluzione fu il contatto con il Nuovo Mondo, propiziato in buona parte dal giovane “wine scout” Marc De Grazia, tra i protagonisti del film: erano gli anni in cui il mercato americano per i vini di alta gamma esplodeva, e i canoni del gusto erano quelli imposti dai  grandi critici di lingua inglese, soprattutto un Robert Parker all’apice della sua fama e la rivista Wine Spectator. La testimonianza di James Suckling nel film è involontariamente comica, in un’esaltazione per i gusti di vaniglia e cioccolato, neanche si parlasse di gelati. In effetti in quel cosiddetto “gusto internazionale”, formatosi su vitigni francesi ma nato più in California che in Francia, c’era una componente per così dire infantile, legata ai gusti di un mercato nuovo, pronto per apprezzare la potenza ma non la sottigliezza. Per contro, anche se qualcuno non sarà d’accordo, non ho, personalmente, alcun dubbio che la rivoluzione dei Barolo boys abbia portato, nel confronto con la concorrenza mondiale, a un miglioramento in senso generale del vino, al riconoscimento di difetti prima incompresi, ad una più diffusa attenzione per la pulizia e il rigore nell’applicazione dei protocolli viticoli ed enologici. Frattanto il gusto corrente stava già cambiando direzione. Oggi la guerra è finita, e si può dire che   il pendolo si sia fermato a metà. In molte cantine sono tornate le botti grandi (o medie, quel medio dove per gli antichi stava la virtù), e la maggioranza dei Barolo che oggi vengono premiati dalla critica non sapresti più classificarli a colpo sicuro in uno dei due campi, i tradizionali e i “moderni”: è il punto di arrivo di un percorso tormentato e forse necessario, che ha portato il Barolo ad essere consacrato come un classico tra i grandi vini del mondo.

Si potrebbe sostenere che è facile fare un bel documentario quando si può contare sull’aiuto dei paesaggi mozzafiato della Langa del Barolo a fare da sfondo, ma il film è bello non solo per questo. Sebbene si avverta una certa empatia tra gli autori e i “Barolo boys” (tra i protagonisti Chiara Boschis, Elio Altare e la figlia SIlvia, Giorgio Rivetti, Roberto Voerzio) non mancano le voci dissonanti, da quelle di Beppe “citrico” Rinaldi e Bartolo Mascarello fino alla vera e propria stroncatura dell’importatore inglese, ormai langarolo di adozione, David Berry Green (il Barolo moderno fu una moda passeggera, una bolla finita nel nulla). Tra le voci critiche manca purtroppo quella indimenticabile, disincantata e ironica di Teobaldo Cappellano, che come Bartolo non è più tra noi. Invece fin troppo nota al pubblico televisivo quella di Joe Bastianich, in originale veste di narratore.

Barolo boys dura un’ora che passa in fretta, con quadri narrativi che cambiano con ritmo sapiente, per fermarsi a fotografare nella sua immobilità, sul viso scavato del vecchio cavalier Accomasso su uno sfondo di cartoni vuoti, una tradizione ridotta a una logora cartolina d'epoca che forse ci si poteva risparmiare.

Bellissima la Langa, fotografia eccellente con originali effetti di ripresa “antichizzata” e fintamente amatoriale, e bravi gli “attori”, a dimostrazione che la loro rivoluzione fu favorita da una stoffa innata di comunicatori, e da una grande capacità di trasmettere il loro entusiasmo. Emozionanti gli intermezzi musicali della banda di paese in marcia per le strade e i sentieri di Langa.

I ragazzi di allora devono molto anche a Carlo Petrini e a Slow Food, che accompagnò puntualmente il loro successo con la guida “Vini d’Italia” allora in co-edizione con il Gambero Rosso e una grande compartecipazione ideale.  Carlin confessa che i suoi gusti sono cambiati e che certi vini troppo “marketing-oriented” non lo emozionano più, ma soprattutto trasmette una certa amarezza, raccontando di uno spirito di gruppo che non c’è più, perché il successo lo ha disperso. Forse il “business” ha prevalso su quel senso del limite che il padre fondatore di Slow Food ha sempre raccomandato, per lo più inascoltato, ai produttori e agli operatori del cibo. 

In ogni caso, per chi si occupa di vino, un film da vedere. Disponibile in dvd  http://www.baroloboysthemovie.com/

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