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La difficoltà di farsi piacere la biodiversità

Oggi si parla molto di biodiversità, quasi quanto di sostenibilità. Ne parla molto, tra gli altri, l’Europa, nella nuova formulazione della PAC e del piano di sviluppo rurale, per il quale promuovere la biodiversità, come già nel passato periodo di programmazione, rimane un obiettivo strategico. Ma, storicamente, l’agricoltura non solo non promuove la biodiversità, ma la combatte aspramente: sono l’acqua santa e il diavolo.

L’agricoltura e la zootecnia si potrebbero in effetti definire come il complesso di azioni che l’uomo mette in atto per trasformare un ambiente naturale, quindi ricco di molte specie, a beneficio di una sola specie, di una sola razza o varietà di quella specie, fino al solo clone, o al singolo ibrido da incrocio di linee “pure”. L’esatto opposto, quindi, della biodiversità.

La storia dell’agricoltura ci mostra come questo millenario combattimento contro specie “altre” da quella che vogliamo coltivare si sia andato affinando nel tempo, con sempre maggior successo, grazie ad armi sempre più potenti: macchine, diserbanti, antiparassitari e miglioramento genetico. Tanto che la FAO oggi ammonisce sul fatto che tre quarti delle  piante alimentari coltivate si sono estinte nell’ultimo secolo e raccomanda di correre ai ripari. Anche in passato, da parte di qualche osservatore più attento dei fenomeni naturali, si affacciava l’idea che a volte le specie “altre” potessero servire all’agricoltura, in una relazione di interdipendenza: un caso tipico è quello delle api e degli altri pronubi
Questa idea di “interdipendenza” serviva anche a ottimizzare l’utilizzo del suolo coltivabile. Tipico il caso delle colture consociate, che si possono ancora vedere, ad esempio, nei fazzoletti strappati alle falesie della costa amalfitana, dove su piani differenti si coltivano ortaggi, agrumi, olivi, pergole di vite. O nelle classiche consociazioni a file dei nativi americani tra mais, zucca e fagioli, dove il fagiolo, in quanto leguminosa e grazie ai battteri che vivono in simbiosi sulle sue radici, apporta al terreno l’azoto di cui il mais è vorace consumatore (anche se è un mais molto diverso dal Mon 51, di cui si parla oggi in Italia).

E non dimentichiamo le viti maritate agli alberi, come avviene in natura: le alberate aversane, le piantate romagnole, e l’antenato alberato (ormai un ricordo dei centenari) del capovolto chiantigiano. Ma neppure tralasciamo le siepi e i canneti che dividevano i campi, i filari di pioppi, salici e gelsi che bordavano lungo gli argini le risaie vercellesi e pavesi, di cui oggi è rimasto solo il ricordo, con la trasformazione del paesaggio in una landa desolata. Creavano tara, facevano ombra, davano fastidio.Sotto le pergole e tra i filari si coltivavano ortaggi, patate, foraggi da sfalcio, persino grano e mais.
Poi venne la specializzazione: arrivarono le macchine, i diserbanti, i concimi chimici e la biodiversità del vigneto fu prossima a scomparire, perché una sola specie era quella che serviva. Siamo in piena retromarcia.  Oggi si fanno inerbimenti, semine di erbe da sovescio, si tornano a usare i fertilizzanti organici, in genere nella più comoda formulazione dei compost. Ci si è resi conto che la biodiversità porta vantaggi: sostanza organica nel suolo con aumento della vita microbica e dei piccoli animali (e qui la perdita di biodiversità non si vede, ma non per questo è meno grave, anzi), nutrimento per i predatori (caso dei pollini per i fitoseidi), riduzione dell’erosione e quindi conservazione della più  importante delle risorse, il terreno agrario, e della sua capacità di trattenere l’acqua, tanto più importante in una fase di riscaldamento del clima e aumento dei fenomeni meteorologici estremi. C’è anche chi ha introdotto nel vigneto il pascolo delle pecore o dei palmipedi, e chi comincia a misurare la biodiversità, nel vigneto e nel suolo, con strumenti scientifici,  e a valutarne gli effetti sulla qualità del vino. Esperimenti interessanti, da incentivare e mettere a punto. Resistono però gli irriducibili, quelli che “l’erba nel vigneto non la posso vedere” e “insetti non ne devono volare” e “una macchia su una foglia fa sparlare il vicino”. Ricordo molti anni fa un agricoltore (non un frutticoltore, ci mancherebbe) che aveva una pianta da frutto molto visitata da bombi (imenotteri impollinatori) e continuava a spruzzare insetticidi ma si lamentava: “continuo a dare veleni ma porca miseria questi non muoiono mai!” A parte gli aneddoti più o meno divertenti, l’idea che si debba “fare pulizia” intorno alla propria coltura è un modo di intendere l’agricoltura più radicato di quel che si crede e che, per essere combattuto, deve essere compreso. Non è proprio del benestante che arriva alla campagna da un’altra professione e ne ha un’idea piuttosto idilliaca, ma piuttosto di chi viene da una tradizione contadina (con buona pace del contadinismo di maniera del buon tempo andato) di ristrettezza, che vede in ogni essere che non è “pertinente” al suo obiettivo un nemico che minaccia il suo pane quotidiano, sottrae alla pianta coltivata acqua e nutrimento, ne mette in pericolo l’integrità. E’ un atteggiamento che non va preso di punta con inutili anatemi, ma attraverso il ragionamento su cosa “conviene”, valorizzando le esperienze di chi, provenendo dallo stesso mondo e non da un’altra galassia, sta lavorando per un modello produttivo diverso, che salvaguardi le risorse naturali. Se non per altro, almeno per produrre un ottimo vino oggi, ma anche tra cento anni.

Commenti  

 
#2 Marco Felicani 2014-04-30 12:26
Biodiversità e colture consociate non sono necessariamente la stessa cosa però, mi spiego meglio: dicesi biodiversità la varietà genetica perciò NON dovrei avere un vigneto monovitigno ma (come in alcune realtà decenni fa) filari già "misti" per avere il taglio alla vedemmia. Il ragionamento del "cosa conviene" (o soglia d'intervento) è quello alla base della lotta integrata nata decenni fa ma applicata ancora troppo spesso col "trattamento a bollettino" e non utilizzando mezzi e conoscenze per decidere in campo. Perciò scinderei il fare un ottimo vino (il cui rendimento economico fa sopravvivere l'azienda) dalla sostenibilità nel medio lungo periodo ove quest'ultima non garantisce automaticamente il primo.
 
 
#1 Patrick Uccelli 2014-04-30 11:17
..."E’ un atteggiamento che non va preso di punta con inutili anatemi, ma attraverso il ragionamento su cosa “conviene”, valorizzando le esperienze di chi, provenendo dallo stesso mondo e non da un’altra galassia, sta lavorando per un modello produttivo diverso, che salvaguardi le risorse naturali. Se non per altro, almeno per produrre un ottimo vino oggi, ma anche tra cento anni."...
Belle considerazioni! Complimenti!
 

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