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Sostieni Giboulot. O anche no

L’eroe del momento si chiama Emmanuel Giboulot, vigneron di Beaune, Côte d’Or, Borgogna. Oppone fiera resistenza all’arcigno stato francese, che, secondo una versione diffusa soprattutto su blog e social network,  lo vorrebbe “obbligare ad inquinare”, attraverso il trattamento insetticida contro il vettore della flavescenza dorata, prescritto da un decreto prefettizio (pressoché analogo a quello vigente in Italia). Giboulot si è rifiutato insistentemente e pubblicamente, ed è stato per questo rinviato a giudizio. A questo punto Giboulot, o forse qualche amico bravo nella comunicazione via internet, ha messo in moto una straordinaria grancassa sul web, annunciando che il vigneron rischiava il carcere e fino a 30.000 euro di multa.

La pagina facebook dedicata al sostegno di Giboulot, il “vignaiolo bio perseguito perché si rifiuta di inquinare” ha raccolto finora 121.000 “mi piace” e di riflesso il caso ha occupato pagine intere dei  giornali non solo francesi, ma anche italiani, americani etc.

Un successo prevedibile. Immaginate un amante del vino e, quindi, della Borgogna, che abbia anche una solida coscienza ambientalista: uno che differenzia accuratamente i rifiuti, usa, quando possibile, la bicicletta invece dell’auto, compra prodotti biologici ai mercati della terra. A questo cittadino consapevole e attento potrebbe forse non piacere un Giboulot? E’ ovvio che, trascinato dall'incredibile forza della comunicazione virale del web, si affretterà a mettere il suo “mi piace”, senza farsi troppe domande su cosa sia la flavescenza dorata.

Chi invece, purtroppo, ne ha qualche esperienza, sarà più prudente. In Piemonte, la regione dove vivo, questa malattia ha determinato la perdita di circa 3000 ettari di vigneto. La malattia è causata da un fitoplasma, un microrganismo contro il quale non esistono difese conosciute, e trasmessa da una pianta all’altra attraverso le punture di un insetto, lo scafoideo: un cicalina americana che sarebbe del tutto innocua, e lo è, laddove la malattia non è presente e quindi non può essere trasmessa. Quindi l’unica lotta possibile, anche se non risolutiva, é rimuovere la piante infette e abbassare drasticamente le popolazioni del vettore. Nelle regioni dove la malattia non è presente il rischio può venire dal vivaio, quando si impianta un nuovo vigneto.

Giboulot sostiene che nel suo vigneto la malattia non c’è, quindi il trattamento non serve. E aggiunge che lo scafò, come lo chiamano in Francia, può essere combattuto con mezzi alternativi come spruzzare caolino, mettere trappole arancioni o coprire il suolo con paglia …
Cosa ne pensano gli altri vignaioli? Nel suo appello Giboulot si rivolge, opportunamente, ai “citoyens”, ai cittadini, e non a loro.

Dobbiamo spiegare rapidamente a chi non lo sa cosa sia la “lotta obbligatoria”. I decreti di questo tipo vengono emessi nel caso in cui le autorità fitosanitarie pubbliche decidano che il mancato rispetto di una certa profilassi comporti rischi epidemici non per il singolo (nel qual caso sarebbe un problema solo suo) ma per una collettività e per un territorio. Per questo chi non rispetta la norma rischia, in Francia come in Italia, conseguenze anche penali; in un certo senso è come chi, bruciando le stoppie del suo campo, rischia di provocare un vasto incendio.

Quindi prima di mettere il nostro “like” sulla pagina di sostegno al buon Giboulot dovremmo farci un paio di domande:
1. il rifiuto di Giboulot è una minaccia per i pregiati vigneti della Borgogna oppure no?
2. il trattamento insetticida è davvero così disastroso per l’ambiente e gli impollinatori, e magari per chi beve il vino, tanto che il danno supera il beneficio?

Alla prima domanda è difficile rispondere ascoltando una sola campana. Per questo ne abbiamo sentita anche un’altra, quella di un nostro “cervello in fuga”, l’agronomo italiano Enrico Peyron, laureato a Bordeaux e direttore tecnico della cantina Chateau de Chamirey, a Mercurey.
Facebook è  diventato, oltre che il  principale mezzo attraverso cui passa il sostegno popolare a Giboulot, anche la principale tribuna di discussione sull’argomento. Per inciso, è la prova che sbaglia chi pensa ai social media soltanto come a una distrazione per sfaccendati. Scrive dunque Enrico in un post del 20 febbraio:

“Come Maurizio sa, vivo e lavoro in Borgogna da 5 anni, e più esattamente nella zona della Côte Chalonnaise che separa il Maconnais dalla Côte de Beaune. La flavescenza é risalita verso il nord colpendo in maniera seria il Maconnais due anni fa. Noi della  Noi della Côte Chalonnaise abbiamo dovuto fare da barriera e siamo stai obbligati a effettuare 3 trattamenti insetticidi. Il tutto per cercare di impedire la diffusione della malattia verso la Côte de Beaune e la Côte de Nuit. Purtroppo la flavescenza é arrivata fino a noi, e un programma fatto molto bene di visite delle vigne organizzata dai sindacati delle doc ha permesso di riscontrare la presenza di piedi malati che saranno cosi eliminati. Questo per dire che il decreto prevedeva non solo l'uso di insetticidi. La Côte de Beaune doveva fare 1 trattamento e molte aziende in bio si sono rifiutate mettendo in pericolo il metodo di lotta: gli insetticidi possono avere un efficacia se tutti lo fanno.
Questa persona che si é rifiutata di trattare era cosciente dei rischi legali che correva. Grazie a questo rifiuto si é fatto una pubblicità enorme gratuitamente, non vedo il perché dobbiamo pagargli l'avvocato. Un consiglio: se avete dei soldi da spendere e donare, dateli a quei viticoltori, bio, biodinamici e non che da due anni si beccano delle grandinate pazzesche e che hanno difficoltà a rimettersi in piedi”,

Alcuni giorni dopo (24 febbraio) Enrico torna sull’argomento:

“Visto che l'argomento é scottante vi do il risultato, pare certo, dell'udienza che si é tenuta al tribunale di Dijon. Giboulot dovrebbe pagare 1000 euro di multa, senza ovviamente scontare neanche un giorno di prigione. Insomma, é la tipica sentenza che non condanna né assolve, in Italia ne abbiamo avute tante e spesso per reati ben più gravi (stragi varie ecc.). A questo punto molti viticoltori, e non solo bio si stanno facendo due conti in tasca, perché per superfici importanti la multa costa meno del trattamento. E si cade sempre nello stessa feroce frustrazione: ma uno Stato che non crede alle leggi che egli stesso promulga, che Stato é? che figura fa nello spaventare la gente senza mantenere le pene previste dai codici che egli stesso promulga? Che coglioni devono essersi sentiti oggi le migliaia di aziende bio che seppur controvoglia, hanno dovuto trattare perché obbligati da una legge che, seppur imprecisa, aveva come sola idea quella di frenare l'avanzata della FD. La FD non sapevamo neanche cosa fosse 3 anni fa, mai sentita né vista in Borgogna, adesso c'é, é apparsa anche nei comuni dove un solo trattamento era obbligatorio anziché 3, perché nessun sintomo era stato riscontrato. Da parte mia spero solo che questa sentenza non aggravi i rapporti già molto tesi tra bio e convenzionali, ma sicuramente dovremo attenderci nel 2014 ad una progressione della malattia. La FD in borgogna é arrivata sicuramente attraverso delle barbatelle non "ammollate" in acqua calda. Io mi sono battuto nella riunione della mia DOC per trovare il modo di monitorare la qualità delle barbatelle, ma questo in Borgogna é un argomento tabù. Ci sono ancora vivaisti che vendono barbatelle che non hanno subito il trattamento, ma il mezzo di diffusione e di ingresso in zone non toccate dalla fd è spesso il materiale vegetale” (Nota: in Piemonte, la regione più colpita da FD, da diversi anni il trattamento termico al materiale vivaistico, che uccide il fitoplasma, è una pratica diffusa, anche se non obbligatoria).

Che la galera per Giboulot fosse una minaccia improbabile era facile immaginarlo, mentre una sanzione così modesta (la conferma sarà il 7 aprile) era più facile aspettarsela in Italia che in Francia, dove normalmente lo stato è più rigido nel far applicare le leggi. Probabilmente il giudice è stato colto da qualche dubbio, più che comprensibile, o ha subito il cosiddetto “condizionamento ambientale” della campagna di sostegno a Giboulot, e per questo ha avuto mano leggera.

Veniamo alla seconda domanda. Problemi sanitari per il consumatore da residui di insetticidi nel vino non ce ne sono, a maggior ragione per i prodotti ammessi nel biologico, e questo è ampiamente dimostrato. Rassicuriamo quindi i consumatori: con il vino non si deve esagerare, ma per altri motivi. Invece la questione ambientale è più complicata, perché un trattamento insetticida, per quanto mirato, ha un impatto inevitabile sulla microfauna, e non ci sono insetticidi, neppure quelli ammessi in biologico come i derivati del piretro, innocui per le api e per i predatori. E’ possibile però limitare i danni, attraverso la scelta dei prodotti, dei tempi e delle modalità di trattamento, e soprattutto evitare di trattare quando ci sono fioriture in corso, non solo in vigneto ma neanche al suolo. Nella scorsa vendemmia, con uve che, a causa della raccolta ritardata, perdevano succo, molte vigne in Italia erano strapiene di api che bottinavano il mosto che colava dagli acini, e spesso anche di vespe e calabroni, tanto da costituire un serio problema per i vendemmiatori; posso testimoniare di vigne trattate tre volte contro lo scafoideo che si trovavano esattamente in questa situazione. E’ un’osservazione empirica, che non prova nulla, ma suggerisce che sia possibile salvare capra e cavoli, la vigna e le api. Ci vogliono buone conoscenze tecniche e buon senso. In quanto ai mezzi alternativi di cui parla Giboulot, ci sono sperimentazioni in corso, in particolare sul caolino; non pare che possano sostituire la lotta diretta, ma forse qualcosa fanno e di certo vale la pena di insistere, anche con altri test. La ricerca di mezzi alternativi, più ecologici ma anche più efficaci,  per combattere questa gravissima piaga dovrebbe essere una priorità assoluta, in Italia come in Francia. Dovrebbe, ma forse quello che si fa non è abbastanza. In ogni caso Millevigne nei prossimi mesi darà testimonianza di questi sforzi. Per adesso il nostro consiglio è quello di rispettare, comunque, la legge: attenersi in modo scrupoloso alle indicazioni dei servizi fitosanitari consentirà di minimizzare gli effetti negativi  per le api e per l’ambiente.

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