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“Stiamo arando”, disse la mosca. A proposito del Prosek

Il Prosek, vino dolce croato, dovrà cambiare nome per uniformarsi alle leggi in vigore nell’Unione Europea, al fine di evitare confusioni con il Prosecco italiano.

Chi pensa che per un prodotto di nicchia, molto diverso dal Prosecco, l’applicazione draconiana della norma sia un’esagerazione potrebbe avere, idealmente, qualche ragione. Ma  dura lex, la legge è uguale per tutti: in Italia l’abbiamo subita con il Tocai friulano, e i francesi con il Tokay alsaziano, nome tradizionale locale del Pinot grigio, quando l’Ungheria pretese e ottenne la tutela del suo Tokaj: e anche i Croati dovranno giocoforza perdere la partita contro il Prosecco.  Il principio è molto chiaro, ed anche piuttosto giusto: il vino europeo di pregio è tutelato da denominazioni geografiche, i nomi dei luoghi tutelati da una denominazione di origine, nel caso di omonimie, “vincono” su nomi varietali o comunque non “toponomastici”, e, nel caso di due nomi geografici simili, vince chi è arrivato prima.
Quando un principio è così chiaro le discussioni stanno a zero, quindi le varie sparate propagandistiche a suo tempo lanciate in difesa del tocai friulano ebbero il solo effetto di far perdere tempo ai produttori e spostare le tensioni, che andavano indirizzate da subito su un prodotto con un altro nome,  in direzione di un obiettivo sbagliato, il cui inevitabile fallimento provocò delusione e smarrimento.
I croati obiettano che il caso del Prosecco è diverso perché il nome è, in realtà, un nome di vitigno, trasformato in nome geografico attraverso un’operazione furbesca di “tiro dell’elastico” fino ai confini orientali dell’Italia, dove un villaggio con il nome di Prosecco sarebbe la patria del vitigno oggi chiamato Glera, oggi poco o nulla coltivato in quelle plaghe.  E’ così, infatti. Ma l’operazione, per quanto ardita, fu del tutto legale, e giudicata necessaria a tutelare dalle imitazioni uno dei prodotti italiani più diffusi e apprezzati nel mondo. Infatti, se Prosecco non fosse diventato un nome geografico, chiunque avrebbe potuto produrre prosecco, come ancora avviene in paesi dove manca un accordo bilaterale su questo nome, come il Brasile. Il difetto stava nel manico, nel senso che una politica di prodotto più logica  avrebbe richiesto, a mio modesto avviso, di pensare a una DOC “geografica” legata alla zona classica (magari non interminabile e di difficile pronuncia già per un italiano, figuriamoci per uno straniero, come Conegliano-Valdobbiadene)  fin dall’inizio della lunga marcia del prosecco, ma questo non fu fatto: quando una parte dei buoi erano già scappati si chiuse la stalla con lo stratagemma dell’elastico, gravido di conseguenze negative, come l’eccessiva estensione della zona di produzione, ma funzionale allo scopo principale.

Quello che però induce all’ironia è l’atteggiamento di qualche politico locale, che ora si erge a paladino del Prosecco e proclama che spezzerà le reni alla Croazia e al suo Prosek. Un carro armato contro una pulce. Ma c’è da giurare che quando il Prosek dovrà scegliere un altro nome sarà merito loro, non la banale applicazione di una norma chiarissima. “Stiamo arando”, disse la mosca sulla groppa del bue.  E c’è da scommettere che siano gli stessi che a suo tempo promisero di debellare gli eserciti ungheresi  sul caso Tocai. Sappiamo come finì allora, ed anche come finirà adesso: ma, in entrambi i casi, sappiate che la mosca non ha colpe, e non ha meriti. 

Commenti  

 
#2 Stefano Ferrari 2014-03-04 11:59
E' però ovvio che la denominazione riguarda solo gli effetti di Legge, cioè di forma. In sostanza invece il Tocai rimane Tocai e rimarrà Tocai checché ne dicano gli ungheresi e i benpensanti, e suppongo rimarrà tale pure il Prosek.
Basta che rimanga tale il nome del vitigno, e che lo si scriva in retroetichetta, che si sappia che una cosa è sempre quella nonostante le menate burocratiche per vendere qualche bottiglia in più.
 
 
#1 giorgio vizioli 2013-10-31 12:55
l'aspetto debole di tutta questa storia è l'ondeggiare tra considerazioni formali-legali e considerazioni di opportunità. la guerra al Prozek sembra una vendetta di frustrazione per avere perso la battaglia del tocai. forse era l'opportuntà per impartitire una lezione di fair play (senza danno alcuno per le bollicine italiane), che ci avrebbe fatto guadagnare in immagine.
 

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