Menu

Sviluppo rurale e campane a morto

Chiunque provi a lasciare le città, la pianura padana e i 4000 chilometri di coste dell’Italia per addentrarsi senza una meta precisa con la propria automobile nell’Italia più interna, collinare e appenninica, è destinato a incontrare migliaia di paesi spopolati, che contano poche decine di persone, per lo più anziane.

Vedrà case per lo più vuote, spesso fatiscenti: qualcuna espone un cartello con una scritta, “vendesi”, ormai sbiadito dalle intemperie. Un bravo vignaiolo di Castagnole Monferrato (che non è in una valle sperduta, ma a pochi chilometri da Asti) mi raccontava giorni fa, con tristezza, che nel suo paese c’è una campana che suona ogni volta che nasce un bimbo: ma da Natale ad oggi ha suonato soltanto, e spesso, i cupi rintocchi monocordi dell’addio a un defunto.  
Sebbene si parli di ritorno alla terra, dal secondo dopoguerra in poi l’Italia rurale, con poche eccezioni, non ha mai smesso di spopolarsi. In alcuni periodi più lentamente, in altri più velocemente. Il fiorire qua e là di molte, troppe, zone artigianali e industriali, al di fuori di ogni logica economica, urbanistica e di tutela del paesaggio (che ne avrebbe consigliato, quanto meno, la concentrazione in poche aree, dotate di adeguati servizi), ha posto talvolta un momentaneo  freno all’esodo: ma la deindustrializzazione dell’Italia e infine il colpo di grazia della crisi hanno spesso trasformato anche questi capannoni in scheletri vuoti, la cui unica eredità è rendere meno attrattivi per i visitatori i territori. 
L’urbanizzazione è stata, ed è, un processo storico in gran parte inevitabile, che riguarda tutta l’umanità, ed oggi è particolarmente drammatico in Africa e nel sud del mondo.  Alla vigilia del nuovo periodo di programmazione della PAC e dello sviluppo rurale dell’Europa però è necessaria una riflessione su cosa si intende per politiche di sviluppo. Decenni di “sviluppo rurale” non sembrano aver inciso sulle dinamiche demografiche negative dei territori rurali.  Anzi, alcune misure possono aver addirittura favorito lo spopolamento. Non è la sede per analizzare nel dettaglio questi aspetti. La proposta che potremmo però fare alle istituzioni europee è di sostituire la parola “sviluppo” con la parola “salvaguardia”. Salvaguardare la presenza dell’uomo sui territori rurali è la vera sfida. I mezzi possono essere molti: dalla valorizzazione dei prodotti (quelli che lo meritano) all’incentivazione della vendita diretta,  dal rafforzamento delle misure per l’insediamento dei giovani e per il ricambio generazionale agli scambi culturali, viaggi e soggiorni di studio per gli studenti e per i giovani imprenditori, che consentano loro di vedere da vicino come funzionano le cose nei territori rurali economicamente più avanzati; un ruolo chiave è quello delle reti di imprese (associazioni, consorzi), purché dotate di figure professionali capaci di qualificare e promuovere il prodotto e il territorio, incentivare il turismo enogastronomico e il consumo di prodotti locali (è infatti inutile promuovere la “multifunzionalità” se poi i turisti non arrivano); senza dimenticare il supporto alla cooperazione classica,  perché sia al passo con i tempi, anche attraverso la concentrazione di imprese, ma senza vedere per forza nel “gigantismo” la soluzione di tutti i problemi. I territori rurali sopravvivono grazie alle piccole imprese, per lo più familiari, e sarà così anche domani.
Ma la politica soprattutto non deve trascurare il fatto che i territori rurali hanno bisogno di servizi collettivi: strade decenti (oggi lo sono meno che mai); reti digitali veloci e diffuse; scuole di livello alto, anche di istruzione secondaria e di formazione professionale, e non rifugi per insegnanti e alunni svogliati; valorizzazione del patrimonio culturale e storico dei paesi; impianti sportivi e sedi per spettacoli ed eventi culturali; centri di smercio e valorizzazione del prodotto locale, compresa una riqualificazione in tal senso dei negozi di paese: i pochi, si intende, non ancora spazzati via dalla "protervia sviluppista" (Carlo Petrini) dei mega-centri commerciali, sorti anche essi senza alcuna logica e senza alcun vantaggio per i consumatori, dato che, una volta debellata la concorrenza, hanno cominciato ad aumentare i prezzi. Tutte cose finora sfuggite, o quasi, alla visione europea  dello “sviluppo rurale”: una visione a cui servono nuovi occhiali.

Commenti  

 
#4 franco selmin 2013-07-03 16:56
Finalmente qualcuno che dice le cose come sono.Quale sviluppo rurale ? i
vari considerando dei reg ue a fondamento delle pac dal 1993 ad oggi sono chiaramente e smaccatamente confutati dai dati,sempre ue, dell'eurostat.
Occupati,manodopera,ampiezza aziendale,reddi ti :tutto all'incontrario salvo il proliferare,in italia di CAA+enti pagatori di una enorme macchina occupazionale\burocratica.
Andiamo a vedere in francia come funziona telepac
 
 
#3 ignazio 2013-07-03 09:42
Pardon, le aziende agricole a cui distribuire sarebbero 100 e non 1000
 
 
#2 ignazio 2013-07-03 09:41
Sarà il solito discorso polemico, ma se una azienda famigliare attinge a fondi CEE per 20.000 - 40.000 Euro e una grande azienda attinge per oltre 3.000.000 di Euro e piazza l'ennesimo enorme capannone in piena area alluvionale nel cuore della valle Belbo, dove imbottiglierà 130 milioni di bottiglie prezzate fra 1 e 2 Euro di vini di infima qualità, spesso neppure piemontesi. . . .va da se che quei 3 .000.000 di Euro sarebbero meglio utilizzati (e sicuramente con una migliore ricaduta sul territorio) se distribuiti a 1000 aziende famigliari per finalità un minimo illuminate, non certo per il solo acquisto di un trattore nuovo o la costruzione di una nuova abitazione, come accadeva venti anni orsono.
 
 
#1 Claudio 2013-07-03 09:04
non posso che essere pienamente daccordo; ogni qualvolta visito qualche area agricola nell'entroterra , mi prende una grande tristezza nel vedere un patrimonio che va via via degradandosi, e quando vedo che la gestione va sempre più in mano alle grandi multinazionali.
Ma è questa la vocazione agricola italiana? é questo il nostro patrimonio ambientale?
no, qualcosa proprio non va, e non è così che si apre la prospettiva di un miglioramento del nostro ambiente ed economia rurale.
 

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

__________________________________________________________________________________