Menu

Oscar del Vino: una botta di malinconia

(da Slowine, http://www.slowfood.it/slowine/)

Lo ammetto, seguo poco il mondo del vino, soprattutto perché con gli anni ho imparato che per occuparsi di vino bisogna avere una memoria strepitosa, che io non possiedo.

I miei amici e colleghi “vinosi” possono non ricordarsi anniversari e compleanni delle persone più care, ma cosa hanno bevuto come aperitivo prima di andare a cena la sera del primo giorno del Vinitaly del 2001, quello se lo ricordano. E non si ricordano solo il vino, ma anche il produttore, e l’annata, e se per caso la prima bottiglia sapeva di tappo e l’hanno rimandata indietro. Tutto questo è fuori dalla mia portata, e per fortuna l’ho capito presto.

Però un po’ ci ho provato, quando ho iniziato a lavorare in Slow Food, anno di grazia 1992. I primi vini, i primi “grandi nomi”, quelli ho provato a ricordarmeli. Ho persino avuto la mia personale illuminazione, la mia “bottiglia della svolta”, quella che mi ha fatto capire, più di tutti i discorsi che mi avrebbero potuto fare (e che comunque mi han fatto) quanto perfetto e leggero e preciso potesse essere il gesto di portare alla bocca un sorso di vino: Pergole Torte 1987. È l’unico caso in cui posso far finta di avere un millesimo della memoria che invidio ai miei colleghi. Io mi ricordo solo quel pranzo lì, quella bottiglia lì. Perché lì ho capito. Poi, poco dopo, ho capito anche che non era difficile capire, con quel vino. E che non si può tirarsela da intenditori buttando lì in una conversazione “Buono, il Pergole Torte dell’87, vero?” perché quello lo sanno esattamente TUTTI. Quindi tacere e imparare, se si può, se no attendere la conversazione successiva.

220px-John_Wayne_portrait

Per questo mi hanno intenerito gli “Oscar del Vino” su cui stasera mi son caduti gli occhi. Perché mi è sembrato di fare un salto nel passato, a quel momento di entusiasmo da neofita inconsapevole di quanto vasto ecomplesso è il mondo del vino. Un tuffo in una fase della vita in cui ne sapevamo talmente poco di tutto che tutto ci veniva perdonato. Se oggi intervenissi in una conversazione sulle multinazionali della chimica in agricoltura dicendo “Bayer, certo, quella dell’Aspirina; l’Aspirina fa bene”, qualcuno chiederebbe – giustamente – la mia testa. Ma quindici anni fa potevo dire, come dicono oggi gli Oscar del vino, che Cotarella è ilmiglior enologo, o che il Sassicaia 2009 è il miglior vino rosso… cose così. Sì, la tenerezza è stata la principale sensazione. Perché è come chiedere a un bambino cosa vorrebbe mangiare se dovesse scegliere un unico cibo per tutta la vita. E lui ti risponde: gelato al limone, o semi di zucca, o qualsiasi altra cosa. E va bene così, è un gioco, e lui non lo sa che mangiare tutta la vita solo semi di zucca sarebbe orribile.
Ma la tenerezza nasce anche da un’altra questione. Quei nomi. Sassicaia, Cotarella, Saiagricola. È come se il tempo si fosse fermato agli anni Novanta. Il mondo del vino oggi è una specie di vulcano, zampillano istanze e inquietudini da ogni lato, ci sono movimenti, sperimentazioni, discussioni pazzesche, problemi impensabili anche solo 5 anni fa. Ma non lì. Non tra gli Oscar del Vino, dove tutto è chiaro, nitido, ritmato. Sassicaia, Cotarella, Saiagricola. Ripeto questi nomi e ogni ansia svanisce. Miglior vino bianco: uno chardonnay. Miglior spumante: Franciacorta. Ècome guardare un vecchio western con John Wayne. I ruoli sono chiari, la trama te la ricordi o comunque come finisce lo sai. Altro che Tarantino. Quello, semmai, è roba per guidaioli contemporanei da “basta con i punteggi”, e su e giù per ste vigne che chissà chi si credono d’essere. Forse Django (unchained).

 Django-Cinzia Scaffidi è responsabile del Centro Studi di Slow Food

Aggiungi commento

Codice di sicurezza
Aggiorna

__________________________________________________________________________________