Menu

La dittatura dei ragionieri fa male al vino

  • Scritto da Maurizio Gily
  • Categoria: Editoriale
  • Visite: 15

Seguendo la mutevole domanda di mercato ci sono imprese vitivinicole che, in alcuni periodi, godono di una buona prosperità, grazie a una collocazione del prodotto relativamente facile e a prezzi remunerativi.   Oggi sta accadendo al Prosecco nelle sue varie declinazioni, ci sono stati momenti felici per il Lambrusco e per l’Asti, oppure, su un altro segmento di prezzo, per alcuni “Supertuscan” (un’eccezione: normalmente sono le DOC e DOCG, che oggi va di moda disprezzare in certi ambienti enofighetti, a garantire un reddito anche ai viticoltori senza un marchio famoso). Di solito si tratta di fortune cicliche, che vanno e vengono; a questa regola sembrano per ora sfuggire solo alcune denominazioni “icona” dell’enologia italiana: Barolo, Brunello di Montalcino, Amarone (non vorrei con questo portare jella ai produttori di Prosecco). Malgrado qualche fluttuazione, nel lungo periodo questi vini registrano una continua ascesa dei prezzi, e un aumento esponenziale del valore dei terreni (nei migliori cru del Barolo si parla ormai di due milioni all’ettaro), che indica una fiducia degli investitori nel fatto che questo andamento a salire non sia destinato a interrompersi tanto presto. E parliamo spesso di investitori con radici nella finanza più che nell’agricoltura, con tutti gli interrogativi e le paure che ne derivano sul futuro del “vignaiolo”.

Nelle zone meno fortunate ci sono aziende che si ingrandiscono approfittando, al contrario, del basso valore della terra e della mancanza di continuità nelle imprese familiari, oppure che rilevano imprese di medie e grandi dimensioni in difficoltà, spesso per aver basato i loro conti e i loro investimenti su un andamento favorevole di mercato che si è interrotto senza preavviso.
In tutti questi casi nelle aziende entra con forza il concetto del “controllo di gestione” affidato a specialisti del ramo. Razionalizzatori, ottimizzatori, tagliatori di teste. La finanza non ha i tempi della vita degli alberi, ma quelli della “trimestrale di cassa”. Tagliare i costi diventa il mantra dell’impresa e l’incubo di chi ci lavora (che spesso perde così la passione che ci metteva prima), e non importa neppure se l’azienda è in perdita o in attivo, tagliare i costi va bene comunque.
Intendiamoci, il controllo di gestione in un’impresa moderna è indispensabile. Ma taglia oggi e taglia domani prima o poi ci si ritrova senza più niente da tagliare, e l’azienda all’asta.
I “ragionieri” (mi scuso con i ragionieri, qui il termine non è usato in senso proprio, ma figurato: in omaggio al dilagare dei termini stranieri potremmo chiamarli “accountant”) di agricoltura capiscono poco e spesso pretendono sacrifici da quella parte della filiera, il vigneto, che è già all’osso, proprio per il tradizionale schema del pensiero “agricolo” per cui nessun tipo di spreco è consentito.
La viticoltura italiana si è meccanizzata molto, potrà meccanizzarsi ancora. Ma, a parte il fatto che la meccanizzazione non è gratis e qualche volta nel confronto tra lavoro manuale e meccanico si sbagliano i conti, a mio avviso rimane comunque un errore allontanare troppo l’uomo dal vigneto, almeno per i vini di gamma medio-alta; il lavoro manuale e l’osservazione diretta svolgono funzioni che non possono essere facilmente surrogate, e soprattutto non c’è ragione perché lo siano. Quando si rapportano i costi della viticoltura al prezzo finale di una bottiglia di gamma medio-alta si ha l’impressione che l’affanno a tagliare costi nella parte agricola dimostri una grave sottovalutazione del valore di quel lavoro e di quei lavoratori. Ma è il lavoro dei contadini che ha creato il vigneto italiano e che lo tiene in piedi. Sono conoscenze che vanno conservate, valorizzate, tramandate. Il valore del lavoro si traduce direttamente nella qualità del prodotto, e il suo mancato riconoscimento è un boomerang per l’impresa. Naturalmente questo vale, anzi vale a maggior ragione, per quelle imprese che comprano uva e la trasformano e per gli imbottigliatori che comprano vini sfusi dai vignaioli e dalle cantine cooperative. Qui il valore del lavoro che deve essere riconosciuto è quello del viticoltore, e sappiamo che spesso questo riconoscimento non è adeguato, soprattutto per uve di collina e di alta qualità. L’ “accountant” si appella alla logica del mercato, ma questa stessa logica porta i viticoltori ad abbandonare la terra quando non riescono più a ricavarne un reddito, e sono spesso le terre migliori. Non è un bene per nessuno. A volte, senza andare fuori mercato, un piccolo sforzo sarebbe possibile, e produrrebbe più felicità e sicurezza per tutti.